È tipico della mentalità impressionistica quel concetto dell’illusione che nasce dall’esperienza del continuo variare in noi di sensazioni e impressioni, di stati d’animo e rappresentazioni, così che la realtà si mostra in forme sempre diverse, sempre instabili, e ogni impressione che ne ricaviamo è insieme conoscenza e inganno; e la corrispondente idea freudiana che gli uomini passano tutta la vita come in incognito davanti agli altri e a se stessi, difficilmente sarebbe stata concepibile prima dell’impressionismo. L’impressionismo è veramente lo stile del tempo, nel pensiero come nell’arte. Tutta la filosofia degli ultimi decenni del secolo ne è determinata. Relativismo, soggettivismo, psicologismo, storicismo, lo spirito antisistematico, il principio dell’atomizzarsi del mondo intellettuale e la concezione prospettica della verità, sono elementi comuni alle teorie di Nietzsche, di Bergson, dei pragmatisti e di tutti gli indirizzi filosofici indipendenti dall’idealismo accademico.
“Non s’è ancor vista la verità a braccetto con un assoluto”, osserva Nietzsche. La scienza fine a se stessa, la verità incondizionata, la bellezza disinteressata, la morale altruistica sono, per lui e per i suoi contemporanei, finzioni. Quelle che noi chiamiamo verità, egli afferma, realmente non sono che una serie di inganni e menzogne opportune, necessarie alla vita, di cui esaltano le energie; e in sostanza anche il pragmatismo adotta questo concetto attivistico e utilitaristico della verità. Vero è quel che è efficace, conveniente, utile, quel che fa buona prova e si fa “pagare”, come dice William James. Non si può immaginare teoria della conoscenza meglio rispondente all’impressionismo (…).
La verità è, come noi, in continuo moto, sviluppo, mutamento; è la somma di fenomeni sempre nuovi, inaspettati, casuali, e non può mai considerarsi conclusa. Tutto il pragmatismo deriva dalla mutevole esperienza della realtà, che l’impressionismo aveva realizzato (…).
Il pensiero impressionista trova la sua espressione più pura nella filosofia di Bergson, e proprio nell’interpretazione bergsoniana del tempo, cioè di quel medium che è l’elemento vitale dell’impressionismo (…).
Il mutamento nella nostra concezione del tempo e in fondo di tutta la realtà sensibile si compì gradualmente, prima nella pittura impressionistica, poi nella filosofia bergsoniana, infine – nel modo più esplicito e significativo – nell’opera di Proust. Il tempo non è più principio di dissoluzione e distruzione, l’elemento in cui le idee e gli ideali perdono il loro valore, la vita e lo spirito la loro sostanza, ma anzi è la forma in cui noi diventiamo padroni e consci del nostro essere spirituale, della nostra natura vivente, opposta alla morta materia e alla rigida meccanica. Quel che noi siamo, lo diventiamo non solo nel tempo, ma grazie al tempo . Non solo siamo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto dei nuovi aspetti ch’essi acquista no a ogni nuovo momento. Non diventiamo più poveri per il tempo passato e
“perduto”; solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita. La giustificazione della filosofia bergsoniana è il romanzo di Proust; in esso per la prima volta si esplica pienamente la concezione bergsoniana del tempo. L’esistenza riceve vita, moto, colore, trasparenza ideale e contenuto spirituale solo dalla prospettiva di un presente che risulta dal nostro passato. Non c’è felicità fuor del ricordo, che risuscita, ravviva, conquista il tempo passato e perduto; poiché i veri paradisi sono quelli perduti, come dice Proust.

