«Un decadimento etico sta attraversando la nostra società. E non da oggi»

di don Marcello Cozzi, presidente del Ce.St.Ri.M.

Lo ammetto, sono confuso e a corto di parole. E ammetto che è davvero forte la tentazione di pensare che anche questa volta finirà come le altre, che dopo tanto chiasso tutto svanirà in una bolla di sapone, che come  altre volte anche in questa occasione l’unico pensiero è girare presto pagina, che se pure la giustizia farà il suo corso ci penseranno poi i suoi tempi biblici a far cadere tutto nel dimenticatoio di una Basilicata fin troppo smemorata, restituendo così a tutti la sensazione che tanto non cambierà mai niente, che tanto sempre così si è fatto e sempre così si farà, che il “sistema Basilicata” è molto più forte e resistente di qualunque tsunami giudiziario.

Poi, leggo e rileggo stralci di quei dialoghi intercettati e non riesco a non ricordare le parole di Paolo Borsellino: “La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali”.

Non è nostro compito stabilire se quelle intercettazioni restituiranno un quadro penalmente rilevabile, è nostro dovere però dire con forza che quei dialoghi e quegli stralci di quotidiana vita amministrativa ci dicono che un decadimento etico sta attraversando la nostra società. E non da oggi.

Ma che nessuno si illuda, non riguarda solo le classi dirigenti. 

Perché quando a lungo andare ci si abitua alle bufere giudiziarie, quando non fa più scalpore il fatto che all’indomani di simili tempeste si vedono riproporsi, anche in posti che contano, volti e nomi come se nulla fosse accaduto, quando si assiste indifferenti ad un “sistema” che sfacciatamente e ovviamente non può che difendere se stesso, quando si lascia l’ultima parola al giudice e non invece a quelle questioni di opportunità di cui parlava Borsellino, allora è l’etica comunitaria ad essere messa in discussione, e sono l’abitudinarietà, la disillusione e l’indifferenza di tutti a finire sotto accusa.

Certo che si resta a corto di parole, con il rischio di essere sopraffatti dallo sconforto di chi pensa che le consolidate logiche del “sistema Basilicata” avranno sempre la meglio su chi sogna un radicale cambiamento e spera una regione finalmente libera da vincoli clientelari, da favoritismi, da basse connivenze, ma di una cosa sono certo: penso, e ne sono inguaribilmente sicuro, che non siano ancora esaurite le scorte di dignità individuale e collettiva dei lucani e che ce ne siano ancora a sufficienza per superare questo ennesimo inverno politico-giudiziario; occorre però che da parte di tutti e di ciascuno ci sia uno scatto di orgoglio e una forte assunzione di responsabilità che ci faccia convincere una volta per sempre che è certamente importante un posto di lavoro ma che non sia meno importante quella libertà che ci solleciti a reclamare i nostri diritti semplicemente come diritti e non come piaceri e favori personali.

Perché il voto non è una delega in bianco, perché la delega ci rende sudditi colpevoli anziché farci essere cittadini sovrani e perché più importante del cappello in mano è tenere la schiena dritta anche a costo di restare a pancia vuota.

L’unica medicina che scalfisce un sistema malato come quello lucano è una radicale, profonda e rivoluzionaria riscoperta della dignità di ciascuno e della comunità.

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