San Francesco nel paradiso dantesco

“Intra Tupino e l’acqua che discende / dal colle eletto del beat o Ubaldo I fertile costa d’alto monte pende / onde Perugia sente freddo e caldo” . Con questi versi che descrivono il fertile e sereno paesaggio umbro inizia l’elogio di san Francesco che il poeta fa pronunciare a san Tommaso.
Dopo essersi soffermato sulla bellezza del paesaggio Dante passa a ricordare il santo: “Però chi d’esso loco fa parole I non dica Ascesi che direbbe corto / ma Oriente, se proprio dir vuole”. È tanto l’influenza che la vita del santo ha sul poeta che questi invita a non chiamare Ascesi, come si usava allora, la città natale di san Francesco, bensì Oriente. La stessa vita del santo spinge il poeta a questo paragone con il sole, considerato che san Francesco fu un esempio mirabile di amore. Amò umili e semplici di un amore senza limiti, ma nello stesso tempo ebbe nobile fie­rezza e dignità, seppe andare incontro al pericolo senza esitazione e di­ sprezzò le ricchezze. Francesco amò soprattutto la Povertà, che come la morte non piace a nessuno. Per essa abbandonò la famiglia e tutte le sue ricchezze. Dante polemicamente spiega che il primo marito della povertà era stato Cristo. Dopo di lui ognuno l’aveva scacciata fino a quando san Francesco non l’aveva riamata di un amore senza misura: “Questa, priva­ta del primo marito I millecent’anni e più dispetta e scura I fino a costui si stette senza invito”. Dante poi ricorda l’opera svolta da san Francesco, rievocando la costituzione dell’ordine francescano che ebbe una regola tanto dura e severa che il papa l’applicò solo verbalmente. Dopo viene ricordato il viaggio in oriente compiuto, come afferma Dante, “per la sete del martirio”, poi c’è il ritorno in Italia per “Trovar a conversion acerba / troppo la gente, per non stare indarno”.
Al momento della morte, quando Dio volle chiamarlo a sé Francesco volle essere posto nudo sulla nuda terra per iniziare da lì il suo ultimo viaggio. Come ha osservato U. Bosco “il Francesco dantesco è anzitutto un combattente” . Molti critici hanno sottolineato, tra gli altri il Momigliano, che il santo è “il grande della povertà” e ha una “dignità interiore e disadorna”. Continua ancora il Bosco: “L’ardore serafico di Francesco, accennato all’inizio resta in sostanza, senza sviluppo narrativo e poetico. Manca nel Francesco dantesco tra l’altro molto, ogni accenno alla assidua e macerante preghiera, alla crudele astinenza e austerità e castità di vita, alle mortificazioni della carne, mancano le profezie, le visioni, le estasi, gli stessi miracoli, di cui sono piene le fonti e l’iconografia, non escluso la giottesca”.
Dio esalta in grado eroico virtù che restano naturali, umane… So­prattutto manca nel Francesco di Dante quella umiltà specialissima che è in prima linea nella tradizione francescana … E manca quasi totalmente, in fine, il carattere essenziale di Francesco, il suo essere e volere essere un nuovo Cristo, “Alter Christhus”. In realtà effettivamente Dante pone in risalto tra i tanti parallelismi tra la vita del santo e quella di Cristo solo il fattore della povertà, che era quello che a lui più premeva e più interessa­va, tanto che arriva a ignorare, per dare maggior rilevanza alla sua polemica, tutti coloro che hanno scelto la povertà, vivendo, per propria scelta nella più umile miseria, nel periodo tra Cristo e san Francesco.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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