Dalla Cassa per il Mezzogiorno allo “scasso” del Mezzogiorno

La Cassa per il Mezzogiorno è un ente economico pubblico, istituito con la legge numero 646 del 10 agosto 1950, per favorire il progresso economico e sociale dell’Italia meridionale, attraverso il finanziamento di opere pubbliche infrastrutturali e interventi nel settore industriale. Dopo alcune proroghe cessò di esistere, per effetto del voto parlamentare, il 2 agosto 1984, con l’istituzione dell’Agenzia per lo Sviluppo del Mezzogiorno, in testa ai ministri dell’Industria e dei Lavori Pubblici, successivamente confluita in quest’ultima.

La Cassa per il Mezzogiorno nacque nel 1950 per iniziativa di Pasquale Saraceno e di alcuni suoi collaboratori come Menichella, Giordano, Cenzato  e Morandi già sostenitori della Svimez. Nelle intenzioni del Governo di allora vi era anche il tentativo di dare una risposta politica alla giusta offensiva portata avanti del mondo contadino, il 29 ottobre del 1949, infatti, era avvenuta la “Strage di Melissa” in cui la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione pacifica di contadini, uccidendo tre persone.

Donato Menichella contrattò personalmente con il presidente della Banca mondiale, Ugenio Black, l’erogazione di prestiti per l’attuazione di un organico piano di sviluppo del Sud d’Italia, prestiti che furono alla base proprio dell’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Si tratta di una geniale operazione, il cui scopo non era soltanto quello di mettere a disposizione risorse per il Mezzogiorno, le Isole e altre aree particolarmente depresse del territorio nazionale, ma soprattutto per protrarre oltre la scadenza del Piano Marshall con i suoi aiuti in dollari all’Italia e dare una spinta agli investimenti per produrre l’ammodernamento economico e sociale del Paese.

Uno degli scopi principali, dichiarati e sbandierati dalla politica era quello della bonifica e cioè la sistemazione dei bacini montani e dei relativi corsi d’acqua, una moderna industrializzazione per la lavorazione dei prodotti del posto in modo da esportare non solo il prodotto grezzo ma anche quello finito in modo da interessare un mercato sempre più ampio. Altri interventi primari erano la costruzione di acquedotti, di fognature e di “arterie” viarie più efficienti sul territorio del Sud. Alle soluzioni dei problemi economico-sociali si pensò anche di intervenire con l’attuazione della Riforma agraria, si continuò a “piantare” scuole rurali che consistevano in pluriclassi quasi sempre di difficile accesso.

Ma continuiamo a considerare quanto dichiarato e quanto realmente realizzato dai governi che si sono succeduti, consideriamo anche qualche intervento che forse sarebbe stato meglio non ci fosse stato. Per esempio alla carenza di università i governanti di turno hanno pensato di compensarla con l’istituzione di una miriade di centri di formazione diffusi in tutto il Mezzogiorno. Infatti la ricerca è stata sempre affidata al settore pubblico, strettamente collegato alle università o grandi strutture di formazione che, guarda caso, sono sempre al Nord.  

Però vantiamo un’autostrada, la Salerno-Reggio Calabria, esente dal pagamento del pedaggio poiché si inoltra in un territorio dove, secondo Carlo Levi, nemmeno Cristo ha voluto (o potuto) passarci. Il tronco di “strada Nazionale” che si snoda da Sicignano degli Alburni (SA) fino a Potenza per poi proseguire in direzione Taranto, rappresenta quell’’’intervento nazionale” realizzato dall’Anas per lo Stato (anche se interamente pagato con i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno). Però è di oggi la notizia che gli “eterni lavori” che si conducono da quando è nata la Salerno-Reggio Calabria, proprio per il tratto lucano, è stato rifinanziato per accelerare i lavori di finitura. Speriamo sia vero!

Le imprenditorie del Sud che non sempre furono coinvolte appieno per lo “sviluppo” del Mezzogiorno, perché scavalcate delle grandi imprese del Nord che godevano di “tangibili” crediti agevolati, oltre che dei favori della politica nazionale, dopo essersi accaparrati gli appalti per i lavori al Sud crearono le penose e dannose pratiche del subappalto con quelle del Sud che, di conseguenza, furono la negazione di ogni regola civile, sociale ed economica.  

Altro esempio ci è offerto dalla storia delle ferrovie che si è evoluta per paradossi. La prima ferrovia d’Europa è stata la Napoli-Portici che si è poi diramata fino a diventare la “Ferrovia dello Stato”. Questa ferrovia si è evoluta fino a diventare la ferrovia ad “Alta Velocità”, che corre per tutto il Paese ma solo fino a Napoli perché nel resto dell’Italia meridionale è rimasto il percorso di sempre. E come sempre per il capoluogo della provincia materana: a Matera la ferrovia ancora non c’è, ma esisto tante promesse documentate. Forse nemmeno la “Cassa per il Mezzogiorno” aveva considerato che l’Italia ha oltre 8mila chilometri di coste che ci permetterebbero di girare in lungo e in largo tutta la nazione. Tutte queste elencazioni, comunque, non sono un viaggio nelle novità o in reconditi “segreti di Stato”, sono invece un semplice considerare come gli intrecci tra potere politico e potere di convenienza economica sono sempre gli stessi e allora forse è meglio chiudere con un semplice “riflettiamo un po’ di più sulle fiducie e sui giudizi verso chi, dietro lauti guadagni, si propone di gestire il Paese e lo sviluppo per il Sud”.

Caterina Laurita
Caterina Laurita
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