Guardatela bene. Non è un “danno collaterale”, non è una statistica, non è una sagoma sfocata in un reportage notturno. È una bambina prima che si avviasse la campagna di affamare i civili palestinesi. E i suoi occhi – lucidi, enormi, increduli – sono un atto di accusa più feroce di mille editoriali. Perché la fame non cade dal cielo: la fame si organizza. Si alimenta chiudendo i valichi, bombardando panifici, spegnendo le pompe dell’acqua, trasformando gli aiuti umanitari in un labirinto di permessi e ritardi. La fame è una decisione politica. E in Palestina, oggi, quelle decisioni portano la firma dello Stato israeliano.
Non chiamatela “guerra”. Una guerra presuppone regole, proporzioni, responsabilità. Qui si pratica la punizione collettiva, che il diritto internazionale definisce crimine. Si radono i quartieri, si assediano ospedali, si tagliano elettricità e carburante, si sfolla un popolo verso il nulla e poi si colpisce anche quel nulla. E intanto si invoca la “sicurezza” come parola magica per coprire tutto, anche l’indicibile. Sicurezza di chi, se un’intera generazione cresce tra macerie, trauma e cimiteri improvvisati?
È doveroso ribadirlo con brutalità: nessuna atrocità commessa contro civili israeliani giustifica un’atrocità contro civili palestinesi. La dignità non è a somma zero. Ma ciò che vediamo è una bilancia truccata, in cui la vita palestinese pesa meno, viene raccontata meno, viene pianta meno. I governi occidentali che predicano diritti umani e “ordine internazionale” forniscono armi, coperture diplomatiche e un vocabolario che deodora l’orrore: “operazione”, “precisione”, “neutralizzazione”. Poi si stupiscono se cresce il rancore, se la legge del più forte sostituisce la legge e basta.
Questa non è una schermaglia di confine. È l’erosione lenta e sistematica di un’umanità condivisa. Ogni bambino che muore a Gaza – come ogni bambino che muore ovunque – è la smentita vivente della nostra civiltà. Eppure, davanti a immagini come questa, si invoca prudenza semantica, si classificano le vittime a seconda della narrazione utile, si sussurra “complessità” come una formula per non fare nulla. No: la complessità non è un alibi. Il punto è semplice: un governo che affama, assedia e bombarda densità civili sa perfettamente che ucciderà bambini. Continuare significa volerlo.
Chi ha potere di fermare questo meccanismo – leader politici, vertici militari, fornitori di armi, istituzioni internazionali – non può più nascondersi dietro le parole. Servono cessate il fuoco reali, accesso umanitario senza condizioni, fine dell’assedio, indagini indipendenti e sanzioni per chi viola il diritto. Sì, sanzioni: la legalità vale oppure no? E ai media che cincischiano tra “versioni contrapposte”, un promemoria: la neutralità di fronte a un crimine è complicità lessicale.
Non giriamoci dall’altra parte. Se oggi accettiamo che la fame sia uno strumento di governo, domani accetteremo qualsiasi cosa. Gli occhi di questa bambina non chiedono analisi geopolitiche: chiedono il minimo sindacale dell’umano. Cibo, acqua, riparo, futuro. Chiedono che gli adulti smettano di inventare scuse per l’uccisione dei bambini. E ci ricordano, con una ferocia mite, che la storia conserva lunghi elenchi di chi ha guardato e ha scelto il silenzio. Non aggiungiamoci.

