Ci hanno detto che era “sicurezza”. Ci hanno spiegato che era “deterrenza”. Poi, all’alba di ottobre, una flottiglia di barche civili cariche di viveri e di persone disarmate è stata fermata in mare, abbordata, sequestrata. Oltre 450 attivisti trattenuti, l’ultima imbarcazione intercettata a ridosso del 3 ottobre: cronaca, non propaganda. E l’immagine di una potenza militare che teme più la solidarietà che i missili.
Tra i fermati c’era anche Greta Thunberg. Dalle testimonianze che si accumulano emergono accuse gravi: maltrattamenti, privazioni, umiliazioni. Israele nega, com’è ovvio; ma le denunce restano e chiamano in causa responsabilità precise. Non parliamo di “eroine” o “martiri”, parliamo di cittadini europei detenuti dopo un’azione di polizia militare in acque internazionali. E quando un Paese democratico è costretto a difendersi… dalla consegna di latte in polvere e garze vuol dire che la politica ha fallito da tempo.
E l’Italia? Giorgia Meloni ha scelto la strada più comoda: bacchettare chi porta aiuti e liquidare gli scioperi in solidarietà come “ponte lungo”. Ha persino intimato alla Flottilla di fermarsi, perché “rischiosa” e “inutile”. È la grammatica del potere quando ha paura del dissenso: spostare il mirino dall’abuso alla protesta. Ma la leadership non è un esercizio di contrazione muscolare: è assumere rischi per difendere principi.
Sulle armi, poi, la giravolta lessicale è diventata disciplina olimpica. Il governo rivendica lo stop alle nuove licenze dopo il 7 ottobre; peccato che in Parlamento, nel 2024, lo stesso esecutivo abbia ammesso la prosecuzione delle consegne già autorizzate – “verificate”, certo, ma pur sempre consegne. La realtà è che tra “embargo” e “continuità amministrativa” si è scavato un fossato di ipocrisia, nel quale è affondata l’autorevolezza italiana.
Nel frattempo la Farnesina fa il minimo sindacale: visite consolari, note educate, richieste di migliorare le condizioni di detenzione degli italiani fermati. Bene, ma non basta. Perché se davvero riteniamo legittimo il diritto di protesta non violenta e sacro l’accesso umanitario allora la voce dell’Italia deve farsi sentire quando conta: in mare, nei tribunali internazionali, nei consessi europei. Non a danno fatto, con un comunicato.
Meloni non è “la presidente degli iscritti”, è la presidente del Consiglio della Repubblica. Le si chiede una postura da statista: non il consueto equilibrismo che equipara tutto e tutti, come quando si nega “qualsiasi equivalenza” fra Israele e Hamas per poi chiudere gli occhi davanti a eccessi documentati. Uno Stato amico si aiuta ricordandogli i limiti del diritto, non coprendone gli abusi con formule prudenti.
Che fare, allora? Primo: pretendere un’inchiesta internazionale indipendente sul fermo della Flottilla e sul trattamento dei detenuti, sostenendola apertamente in sede Ue e Onu. Secondo: rafforzare – davvero – il congelamento di ogni fornitura militare verso Israele che possa contribuire a violazioni del diritto umanitario, con trasparenza pubblica su licenze e deroghe. Terzo: spingere per un corridoio marittimo umanitario sotto egida Onu, con partecipazione italiana, e sanzioni europee per chi lo ostacola. Quarto: smettere di delegittimare chi sciopera e manifesta perché sono loro, oggi, a ricordarci che l’umanità non è un atto notarile.
Sì, basta alibi. Non serve coraggio per insultare una ragazzina che porta acqua e bende; serve coraggio per dire a un alleato potente che il diritto non è negoziabile. Questo è il lavoro. E oggi, presidente Meloni, è rimasto lì, da fare.

