«Lascio il Psi perché percorre una deriva sempre più liberale»

di Nicola Giansanti

Sono nato progressista, non morirò liberista. Dopo lunga ed attenta riflessione ho deciso di rassegnare le mie dimissioni da componente del Consiglio Nazionale, oltre che da ogni incarico regionale e locale e di non rinnovare la tessera del Partito Socialista Italiano. Dopo una intensa e lunga militanza nella sinistra italiana, anni addietro decisi di dare il mio contributo all’interno del PSI nella convinzione che un partito dalla lunga tradizione politica e culturale della sinistra Italiana potesse contribuire a rilanciare una nuova stagione di progresso nella prospettiva socialista. Negli ultimi anni il PSI, invece, ha percorso una deriva sempre più liberale e sempre meno socialista, continuando a strizzare l’occhio a formazioni di centro che nulla hanno a che fare con la cultura socialista. Un partito che continua a legarsi a simboli e storia centenaria, ma che, a mio avviso, di quei simboli e di quella storia non rappresenta più nulla. Queste alcune delle motivazioni che mi spingono a percorrere strade diverse pur augurando il meglio ai tanti compagni con i quali ho condiviso un pezzo della mia storia politica, ma purtroppo oggi registro divergenze rispetto alle loro visioni politiche. Sono sempre più convinto che la nostra società abbia bisogno di forze politiche autenticamente di sinistra e progressiste, oltre che identitariamente posizionate sulla difesa dei più deboli e dei senza diritti, guardando ad un modello economico e sociale capace di criticare profondamente il capitalismo e l’attuale modello di sviluppo e di sfruttamento delle risorse disponibili sul pianeta, a partire dalle politiche energetiche ed ambientali capaci di dare risposte serie e concrete per impedire uno sfruttamento selvaggio con il conseguente degrado e il disastro ambientale che si registra quotidianamente.  Viviamo un passaggio epocale, in cui vecchi schemi, vecchie impostazioni, strumenti e riferimenti culturali ed ideologici, non sono più validi, vanno adeguati e spesso stravolti, individuandone di nuovi e più idonei a soddisfare le esigenze dei tempi che cambiano. Stravolgimenti che coinvolgono in primis modelli culturali ed economici, quindi quelli sociali ed ambientali. La politica, che dovrebbe rappresentare lo strumento per gestire tali cambiamenti, è invece drammaticamente assente, o meglio una parte della politica. Quella parte che ha deciso di non scegliere da che parte stare, di voler rappresentare tutti per non rappresentare nessuno. Quella parte della politica che ha accompagnato e non combattuto le derive culturali populiste, le trasformazioni economiche e sociali in direzione liberista, assecondando ed a volte interpretando i desiderata di un capitalismo sempre più sfrenato, autenticamente vocato alla logica del laissez faire, laissez passer. Quella parte che diceva di voler rappresentare i più deboli, i senza rappresentanza, gli ultimi e che invece ha finito per strizzare l’occhio all’avversario, per accaparrarsi parte del consenso finalizzato alla conquista del potere per il potere, alla soddisfazione di posizionamenti personali a discapito di chi si diceva di voler rappresentare. Troppo spesso, quella stessa sinistra ha strizzato l’occhio ad un capitalismo darwiniano, sempre più imperante e deviante, che in questi mesi vede la sua massima estrinsecazione nel suo essere guerrafondaio ed imperialista. Molti, a mio avviso, sono stati gli errori compiuti da una certa pseudo sinistra, che hanno finito per indebolire il campo progressista e fatto fare passi indietro al riscatto dei più deboli ed indifesi, (ne sono dimostrazione le diverse riforme della scuola, la riforma delle pensioni, la riforma del mercato del lavoro, l’abolizione dell’art. 18, l’introduzione del jobs act, ecc.). Sicuramente nessuno potrà negare che la fase attuale vede un arretramento delle forze politiche che si ispirano a valori autenticamente progressisti, e che in modo serio e meditato provano a dare risposte alle grandi sfide del momento, avendo chiara una visione alternativa della società odierna. Più in generale, viviamo un periodo storico caratterizzato da una classe dirigente mediocre, che ha completamente perso la bussola, con uno strabismo nettissimo tra i pochi che eccellono ed indicano la direzione dei cambiamenti e i tanti che arrancano e seguono a ruota, spesso al buio. Basti pensare a quanto accade nell’ambito delle nuove tecnologie e del come queste stiano gestendo i rapporti economici e sociali senza che chi dovrebbe regolamentarne l’utilizzo ne abbia contezza e possibilità di incidere, finendo per trasformare strumenti del sistema in Sistema stesso, (mi riferisco a internet, i social, il metaverso, ecc. nati quali strumenti e diventati appunto SISTEMA economico, sociale e politico). In un simile contesto avverto l’assenza di una forza politica autenticamente di sinistra che sappia creare, innanzitutto, luoghi di incontro e di confronto in cui poter costruire una visione comune in grado di contrastare una destra di governo che incarna le esigenze di un capitalismo sempre più spregiudicato e vocato alla cultura dell’io e dell’arrivismo più sfrenato.  Per fare ciò vi è la necessità di costruire un campo progressista capace di narrare una prospettiva diversa, che sappia costruire un sogno in grado di incarnare le esigenze e le visioni di chi non si riconosce in questo modello di sviluppo della società. Bisogna ripartire da una visione diversa capace di mettere al centro l’uomo e le sue esigenze nel rispetto delle risorse naturali a sua disposizione, declinando azioni concrete in grado di incidere fortemente su un modello culturale nuovo. Un nuovo modello di istruzione e quindi di scuola e formazione è il punto di partenza; occorre una scuola capace di fornire ai cittadini di domani gli strumenti per acquisire capacità di analisi critica e non un luogo per la creazione di automi non pensanti con competenze tecniche specifiche, richieste dal mercato in un particolare momento storico e sicuramente non più spendibili di lì a poco. Per fare ciò, non si può e non si deve prescindere dalla ricostruzione di una forte e convinta appartenenza identitaria, sia sul piano culturale che economico e sociale. In modo più esplicito, ritengo che non si possa costruire una visione nuova di società se prima non si decida da che parte stare, quali interessi difendere, quali prospettive costruire. La mia bussola ed il mio agire sono sempre stati ispirati da una visione progressista vocata alla costruzione di un modello sociale ed economico in grado di poter garantire una diversa e più equa distribuzione della ricchezza, di una società capace di guardare in modo inclusivo ai più deboli ed ai senza rappresentanza. Sono convinto che tali obiettivi si possano raggiungere solo guardando ad un nuovo modello economico capace di mettere al centro il lavoro e le politiche del lavoro in un contesto in grado di salvaguardare l’Ambiente e le scarse risorse economiche a disposizione. Una parte della sinistra italiana ha da tempo smarrito questa ambizione, prodigandosi principalmente nella ricerca spasmodica di ricette capaci di garantire la conquista del potere incarnando spesso la pancia del popolo, e abdicando al ruolo di classe dirigente capace di tracciare nuove strade e nuovi orizzonti e costruendo il consenso su tali visioni. Oggi, nel panorama politico istituzionale mondiale, una delle poche voci che si innalza in questa direzione è sicuramente quella, molto autorevole, di Papa Francesco. Proprio il Santo Padre afferma che: “… Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra. … Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli.” … “se parliamo di transizione ecologica ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti o ammalate nelle radici.” … “Bisogna guardare il mondo con gli occhi dei più poveri. Bisogna iniziare a guardare le cose dalla prospettiva delle vittime e degli scartati di questa società, e soprattutto bisogna porre al centro dell’attenzione il lavoro. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. Nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Cioè, li ha incarnati.” Bisogna ricostruire una forte e chiara identità culturale e valoriale. Senza ambiguità, senza infingimenti. Una bandiera capace di rappresentare in modo serio e credibile un nuovo modello. La storia ci insegna che qualsiasi società umana è caratterizzata da contraddizioni e contrapposti interessi che quotidianamente si scontrano nel tentativo di prevalere gli uni sugli altri e dunque bisogna scegliere da che parte stare, chi voler rappresentare, quale modello sociale voler costruire.  Molto vi è da fare per stravolgere un sistema che ormai predilige la mediocrità e l’approssimazione, non risolvendo nel merito le criticità. Bisogna avere il coraggio di affrontare tematiche complesse costruendo risposte complesse, possibili solo con l’approfondimento e lo studio quotidiano, emarginando chi propone soluzioni semplicistiche, utili solo alla demagogia e ricerca del consenso. Per tali ragioni ho deciso di dare un piccolo e modesto contributo in termini di idee e proposte nel campo ambientalista e di sinistra. Un progetto che, più di altri, a mio avviso, prova ad incarnare proprio quanto auspicato dallo stesso Papa Francesco in un’ottica di sistema e non movimentista ed estemporanea.

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