Il fragile silenzio che precede la tempesta

Dopo dodici giorni di duri combattimenti, denominati “Operazione Rising Lion” da parte israeliana, l’improvviso cessate il fuoco tra Israele e Iran sembra aver repentinamente mutato lo scenario, ma l’equilibrio che ne deriva appare precario, forse già compromesso. Il quadro è alquanto frammentato: da un lato, l’annuncio di tregua, fortemente voluto dagli Stati Uniti, dall’altro, una ripresa degli scambi bellici anche nelle ultime ore.

La sostanza dell’intesa – come dichiarato dal presidente Trump – prevede un “cessate il fuoco completo e totale”, con l’Iran che avrebbe cessato le ostilità sin dalla notte del 23 giugno e Israele che avrebbe seguito nelle ore successive. Ma già nelle primissime ore missili iraniani hanno colpito il suolo israeliano – in particolare Beersheba – uccidendo cinque persone, secondo fonti ufficiali. Il governo di Israele ha prontamente risposto con raid su infrastrutture iraniane – comprese strutture nucleari e il carcere di Evin – ribadendo che ogni violazione sarebbe incontrata con forza .

Trump stesso, durissimo, ha condannato entrambi gli attori: “non sanno quello che fanno” ha detto riferendosi a israeliani e iraniani, ammonendo Netanyahu a fermarsi prima di provocare un’escalation irreparabile .

In questo intreccio Gaza continua a essere teatro di un conflitto non meno drammatico: nonostante il cessate il fuoco induca speranze nelle ultime ore sono stati uccisi almeno 29 palestinesi durante distribuzioni di aiuti e si registrano ordini di evacuazione in diverse zone (reuters). Il blocco alimentare, come documentato, ha lasciato migliaia di bambini in stato di malnutrizione acuta, un dramma umanitario che si protrae da mesi.

Nel frattempo, lo Yemen – e più in generale la regione – resta sul filo del rasoio. Le milizie Houthi, formalmente parte dell’“Asse della Resistenza” appoggiato dall’Iran, hanno sospeso i lanci contro navi americane dopo il cessate il fuoco USA-Houthi di maggio, ma dichiarano che continueranno se Washington interverrà contro l’Iran. È questo un segnale che lascia presagire nuovi fronti in una regione divenuta teatro globale.

Sul piano diplomatico il Qatar ha giocato un ruolo decisivo nel mediare un’intesa tra Usa, Israele e Iran. Tuttavia, la leadership iraniana appare divisa: se alcuni diplomatici moderati (come Abbas Araghchi) sembrano propensi alla tregua, Khamenei non ha confermato ufficialmente alcun accordo (theguardian).

Allo stesso tempo attori regionali come la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati e l’Egitto mantengono cautela. Da un lato, molti Paesi del Golfo – pur alleati degli Usa – temono una spillover: chiusura del traffico nel Golfo, rischi per i mercati energetici, pressioni demografiche da rifugiati palestinesi. Dall’altro, cercano di non irritare completamente la Casa Bianca, particolarmente attiva in un momento in cui la Nato, riunita all’Aia, sta discutendo aumenti record della spesa militare .

Sul piano strategico il rinvio di interi settori civili israeliani, come aeroporti, scuole e ospedali, testimonia quanto la minaccia iraniana rimanga percepita come vitale. E mentre gli Stati Uniti dispongono la carrier strike group USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo, avvicinandosi nel raggio operativo israeliano, Israele intensifica pattugliamenti navali nel Golfo e Mar Rosso (apnews.com).

Ma cosa potrebbe accadere nelle prossime ore? Ecco alcuni scenari possibili:

  1. Escalation lampo tra Israele e Iran – I raid aerei reciproci potrebbero riprendere se una delle parti, o entrambe, dovessero reagire a nuove provocazioni. Già il lancio iraniano sull’Iraq e il colpo su Beersheba sono segnali chiari .
  2. Espansione dello scontro in Siria/Iraq e Yemen – Milizie affiliate all’Iran in Iraq e Siria potrebbero essere spinte a rispondere a un attacco contro Teheran, creando un fronte meridionale e occidentale. In Yemen gli Houthi hanno già avvertito che torneranno in azione se gli Usa agiranno, specialmente se i raid anti-iraniani si intensificassero .
  3. Nuovi bombardamenti su Gaza – In uno scenario più ampio Israele potrebbe ritenere utile colpire Hamas in reazione a provocazioni iraniane, rompendone il legame strategico e aggravare le condizioni umanitarie già disperate .
  4. Mediazione diplomatica intensificata – Usa, Qatar e forse Turchia e Nato potrebbero cercare di consolidare l’accordo via canali multilaterali, per evitare un coinvolgimento diretto Usa-Israele contro l’Iran, mentre attori come la Cina o la Russia valutano se inserirsi come mediatori alternativi o approfittare del rafforzamento Nato.

Questa volatilità globale ha un prezzo: instabilità economica, chiusura dei traffici energetici (nonostante finora i prezzi del greggio abbiano mostrato sorprendente calma), crisi umanitarie potenziate, moti migratori già visibili e un pressante allarme sul piano internazionale. Ogni nuova provocazione, anche un singolo razzo, potrebbe rompere ogni fragile patto.

Il cessate il fuoco odierno, per quanto lodato, appare solo una pausa sospesa tra due guerre. Le prossime ore saranno decisive. Un nuovo attacco, volontario o accidentale, potrebbe innescare un’escalation regionale con intensità sconosciute. Invece, un raffreddamento misurato e concertato, sorretto da diplomazia multilaterale (Usa, Qatar, Ue) e pressione internazionale, potrebbe rendere questa tregua l’inizio di una fase di contenimento che porti, a poco a poco, anche ad alleggerimenti sul fronte di Gaza. Ma perché ciò accada serve un rigoroso rispetto degli impegni da parte di tutti, compresi Iran e Israele, e l’inclusione – stavolta vera – della componente palestinese in ogni soluzione.

Il Medio Oriente sembra respirare ma non è ancora uscito dalla sala operatoria. Le prossime ore decideranno se la tregua sarà un luogo fragile dove ricostruire ponti o solo un tardivo intervallo prima della prossima tempesta.