Gli stipendi italiani non “crescono”

La retribuzione mensile media dei lavoratori italiani è ferma a quella di diverso tempo fa e, tenendo conto che i costi della vita sono aumentati esponenzialmente negli ultimi anni, il malcontento e le difficoltà degli italiani sono cresciuti. Nella tradizione economica keynesiana vi è convinzione diffusa che un salario più alto sia associato a un aumento della produttività e dell’efficienza dei lavoratori. Infatti, secondo George Akerlof, economista e premio Nobel per l’economia nel 2001, se i lavoratori si sentono trattati equamente, ricompenseranno il datore di lavoro impegnandosi di più secondo la teoria del “movente di scambio di regali”. Inoltre, se il lavoratore percepisce un salario basso, avrà meno timore di essere licenziato e di conseguenza si sottrarrà più facilmente ai suoi compiti, seguendo il “modello di sottrazione al dovere”. Tutto questo è riassunto nel “modello del salario di efficienza” nel quale viene descritta graficamente la curva d’impegno del lavoratore che è una funzione del salario reale ricevuto. Per massimizzare il profitto l’impresa pagherà al lavoratore quel salario che rende massimo il suo impegno per ogni unità di salario corrisposto. Quest’ultimo sarà chiamato salario d’efficienza. Da qui la scelta del datore di lavoro di corrispondere al dipendente un salario più elevato di quello minimo, garantendo l’equilibrio nel mercato del lavoro. Ciò giustifica anche la rigidità dei salari proposta dalla teoria keynesiana, in quanto il datore di lavoro, anche in presenza di un salario d’equilibrio più basso, non diminuirà il salario corrisposto.

Nicola Cirigliano
Nicola Cirigliano
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