Autonomia territoriale? Forse!

Quanto se ne parla. Da quando se ne parla. Ma perché se ne parla? La comunicazione riveste un peso determinante per attrarre l’attenzione degli elettori, per far conoscere il politico, per mettere in evidenza il partito e anche, forse, per rendere noti i programmi a cui tende lo scopo politico.

Del resto fin dalla Rivoluzione francese la politica ha capito che l’opinione pubblica ha il ruolo dominante per vincere le elezioni e accaparrarsi il potere. Ovviamente la comunicazione politica consiste (o dovrebbe consistere) nella capacità di utilizzare al meglio gli strumenti comunicativi classici come comizi, congressi, conferenze che, a loro volta, attirano l’attenzione dei sempre più moderni mass media. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, le “furberie” sono attuate proprio da coloro che fanno delle parole un punto di forza, di persuasione.  

E ciò potrebbe avvenire per cattiva educazione ovvero perché non avrebbero nulla da dire.

A ogni modo, un fautore dell’autonomia territoriale è stato Roberto Calderoli, ministro della nostra Repubblica che ebbe modo di farsi ben conoscere nel 2005 in occasione della nuova legge elettorale che lo stesso primo firmatario (on. Calderoli) definì una “porcata”.

Quella porcata prese l’appellativo di “Porcellum”riconoscendola anche con l’irrispettoso appellativo di “legge elettorale Calderoli”.

La famosa autonomia territoriale è la spartizione dei poteri tra lo Stato e le entità sub-statali dove il potere legislativo è delegato al territorio. Naturalmente, una grossa parte dei potere dello Stato è concessa non solo a territori ma anche a organizzazioni politiche.

Si dovrebbe assicurare la conservazione e lo sviluppo delle comunità etniche, culturali e linguistiche rispetto ad un’altra realtà, pur partecipando alla crescita e agli interessi del Paese. Quindi il conferimento di competenze amministrative e legislative ha il solo scopo di proteggere le minoranze di quel particolare territorio. Scopo garantito da soggetti politici eletti democraticamente.

Pertanto la popolazione di quel territorio deve prima di tutto riconoscere la sovranità dello Stato affinché l’autonomia de jure e de facto sia sempre subalterno all’ordinamento giuridico dello Stato. 

Gli elementi che determinano le “giuste” condizioni per una corretta autonomia sono dati soprattutto da: un saldo sistema pluralistico, da un  ordinamento costituzionale e giuridico dello Stato e dalla regione; i residenti della regione autonoma devono godere degli stessi diritti civili e politici in tutta la Nazione.           

In verità l’esperienza, oltre che la storia, ci ha insegnato che per la soluzione di “conflitti tra campanili” non si è mai scovato tra le autonomie perché la richiesta di secessione da parte di regioni più ricche è sostenuta solo e soltanto da territori che già godevano (e godono) di autonomia territoriale.   

Ricorrendo alla storia e partendo da lontano, vediamo come già prima del 1921 si trovano accordi di autogoverno territoriale e come nella maggior parte dei casi non erano presenti né lo Stato di diritto né forme di democrazia. Quindi, anche se alcuni Stati concessero certe forme di autonomia, non è mai avvenuto in condizioni democratiche.

Per esempio l’Italia ha istituito cinque regioni a statuto speciale per le minoranze nazionali etniche e storiche: la Valle d’Aosta, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige, la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia. La Sicilia ottenne l’autonomia speciale subito dopo la seconda guerra mondiale mentre il Friuli Venezia Giulia ottenne lo statuto speciale solo nel 1963.

Per pura curiosità, va detto che gli eletti alla Regione Sicilia si fregiano del titolo di “Onorevoli” e di stipendi più alti in tutta la Nazione senza tener conto, però, che anche  gli altri quattro Statuti speciali non sono da meno!   

Caterina Laurita
Caterina Laurita
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