Scrivere poesie vuol dire utilizzare la lingua in modo creativo, giocando con i legami di senso e di suono tra le parole, esprimendo sentimenti e percezioni attraverso le parole, giocando a scombinare i nessi logici tra i vocaboli. Il vero poeta lo è prima di tutto nell’animo. Se non si è sensibili e umili è meglio non provarci neppure. Il verso è l’unità metrica fondamentale della poesia, essa rappresenta l’insieme di regole da seguire per scrivere una poesia. La metrica può variare, assumendo anche uno stile personale: in quel caso si parla di metrica libera. Ad esempio, se si scrive un sonetto è indispensabile suddividere l’opera in un certo numero di terzine e quartine. Scrivere poesie non vuol dire comporre opere usando il linguaggio comune. Una delle differenze sostanziali tra poesia e prosa è la presenza di un modo di “parlare” differente, ad esempio con l’uso di figure retoriche o rime. Secondo autorevoli studiosi non bisogna mai eccedere in quella che viene definita comunemente “licenza poetica”: le regole della grammatica valgono anche per la poesia ed è auspicabile evitare di stravolgere parole e verbi illudendosi di aver dato vita a un modo sublime di scrivere. L’uso della punteggiatura è essenziale. Basta spostare una virgola o togliere un punto per stravolgere completamente il ritmo e l’efficacia di un verso. La poesia, inoltre, richiede umiltà e sensibilità.
Quando si scrivono poesie è necessaria l’ispirazione che non serve solo per i temi e i contenuti, ma anche per lo stile. Questo è un aspetto che non bisogna ignorare o trascurare. La poesia è un’arte personale, lo stile stesso deve essere personale, però esistono forme stilistiche di poeti che è bene conoscere prima di sperimentare a fondo. È molto importante leggere tante poesie. Non bisogna temere di ispirarsi ad altri: finché non si copia ma si prende spunto non c’è nulla di sbagliato. Molte volte ispirarsi ad altri autori è il modo migliore di sperimentare. La poesia è un mezzo superiore che permette di comunicare emozioni, stati d’animo, concetti, in modo più potente ed efficace. Alcune opere hanno un ritmo incalzante che ben si addice al tema trattato. Altre invece presentano un ritmo più lento, rilassante, quasi da ninna nanna.
Da pagine web: volendo trovare una regola generale potremmo dire che il ritmo del verso si fa più incalzante quanto più sono numerosi e ravvicinati e gli accenti tra loro; lo sfruttare abilmente gli accenti di un verso è parte fondamentale della sensibilità artistica di un autore. Di seguito alcuni esempi che mostrano quanto il ritmo sia importante per dare “colore” al componimento poetico. In questo esempio i primi accenti a disposizione dattilica e l’accostamento di due versi con accentazione simile contribuiscono a dare un andamento da ninna nanna e una sensazione di pace:
Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
(Giovanni Pascoli, Orfano)
In un altro esempio invece gli accenti sono disposti per riprodurre un ritmo calmo e meditativo.
«Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi».
(Giacomo Leopardi, Le ricordanze)
Esistono diversi modi per comporre una rima. Alcune varianti: rima baciata (ogni verso fa rima con quello successivo), rima alternata (il primo verso rima con il terzo, il secondo con il quarto), rima incrociata (il primo verso rima con il quarto, il secondo con il terzo).
Il sonetto è un breve componimento poetico composto da quattordici versi scritti in due quartine a rima alternata oppure incrociata e in due terzine a rima varia. Esempio:
«A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo».
(Dante Alighieri, Vita Nova, cap. III)
Un haiku è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. È composto da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe, come comunemente detto), secondo lo schema 5/7/5. Inizialmente indicato con il termine hokku (発句 lett. “strofa d’esordio”), deve il suo nome attuale allo scrittore giapponese Masaoka Shiki (1867-1902), il quale coniò il termine verso la fine del XIX secolo, quale forma contratta dell’espressione haikai no ku (俳諧の句, letteralmente “verso di un poema a carattere scherzoso”). Il genere haiku, nonostante già noto e diffuso in Giappone, conobbe un fondamentale sviluppo tematico e formale nel periodo Edo (1603-1868), quando numerosi poeti tra cui Matsuo Bashō, Kobayashi Issa, Yosa Buson e, successivamente, lo stesso Masaoka Shiki utilizzarono prevalentemente questo genere letterario per descrivere la natura e gli accadimenti umani direttamente collegati a essa.
Un acrostico (dal greco tardo ἀκρόστιχον, composto di ἄκρον, «estremo» e στίχος, «verso») è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.
Le figure retoriche sono degli artifici particolari utilizzati per creare un particolare effetto. L’utilizzo di tali tecniche permettono di comporre versi molto più particolari e profondi.

