C’è un autore poco conosciuto in Italia che nei primi anni di questo millennio, sulla scia di alcune idee illuminanti di John Berger, si è messo alla ricerca di “assonanze visive” quegli accostamenti – apparentemente soggettivi – di immagini provenienti da contesti lontani nello spazio e nel tempo ma che potrebbero nascondere segrete connessioni e insospettabili intrecci. Quando ho incrociato queste due immagini che riporto qui sotto ho pensato a lui, a Lawrence Weschler, autore eclettico per il quale è difficile trovare una definizione unica (Scrittore? Critico d’arte? Intellettuale? Reporter?).

Si tratta di due “cupole”: quella della Stazione Spaziale Internazionale e quella delle Chiesa della SS Trinità di Torino. Quando ho letto le “divagazioni sulle convergenze” che Weschler aveva raccolto nel suo testo del 2006 edito dalla McSweeney’s, Everything That Rises: a book of convergences (Tutto ciò che sorge: un libro di convergenze), non immaginavo quanto veritiere e profetiche fossero le sue parole ma oggi sono sicuro che “…alcune delle connessioni che ci capita di fare possono dire tanto sia sulla nostra mente che sul nostro mondo”. Davvero, in qualche modo (misterioso?), queste segrete connessioni si riferiscono a noi individui ma contemporaneamente anche alla nostra specie. È come se queste due cupole – che riconosco essere solo delle mie personali assonanze visive – in realtà “ci” permettessero (da un bel po’ di tempo) di guardare contemporaneamente tanto fuori che dentro di noi. In particolare quando nella stazione spaziale sono entrati i cosmonauti russi (e il “russi” è superfluo in quanto la definizione cosmonauta è, sciovinisticamente, russa per differenziarla dalla definizione statunitense di astronauta), con i colori della bandiera ucraina (il blu e il giallo), ho visto all’opera il “metodo Weischler”. Lo sappiamo tutti, anche se è stata necessaria una puntualizzazione da parte del governo russo: quei colori appartengono in realtà alla scuola di formazione dei cosmonauti e dunque non sono una forma di dissenso, da parte dei cosmonauti, all’invasione russa dell’ Ucraìna, ma le convergenze in questione (una stazione spaziale internazionale, avamposto dell’umanità, la convivenza pacifica di russi e americani, l’arrivo della “bandiera ucraina” trasportata da “soldati” russi…) non possono che validare ancora di più quanto Weschler cercava di spiegare nel suo libro delle convergenze. Everything that rises (che non è stato tradotto in Italia) è splendidamente illustrato tramite quelle immagini e quegli accostamenti che Weschler chiama “momenti di convergenza, associazioni bizzarre, rime risonanti, ricordi sussurrati”, estratti da un “archivio degli archivi” che l’autore ha riempito nel corso di molti anni. Queste convergenze sfidano le classificazioni di storia, geografia, arte e logica, così un carcere modernista a Chicago riecheggia la forma di una tavoletta cuneiforme dell’antica Persia; la famosa foto del cadavere di Che Guevara come già ricordava John Berger, assomiglia alle Lezioni di anatomia del dr. Nicholaes Tulp di Rembrandt; La Pietà di Michelangelo ci ha preparato a commuoverci per la fotografia del 1970 delle sparatorie nello stato del Kent in cui una giovane donna cade in ginocchio, disperata, accanto al corpo di uno studente ucciso dalla Guardia Nazionale. Tutte le immagini riportate nel libro risuonano, per così dire, tra loro quasi fossero parte di un vocabolario visivo comune con cui leggiamo il mondo. In quanto prodotti della storia culturale e della storia personale le nostre percezioni private – individuali e soggettive – non sono così private dopo tutto. Ognuno di noi è piuttosto come una bottiglia di Klein, la versione tridimensionale del famoso nastro di Moebius: il nostro interno e il nostro esterno scorrono insieme. Man mano che si procede nella lettura del libro di Weschler si comincia ad accettare la sua premessa: abbiamo tutti la stessa confusione nelle nostre menti e quindi ad un certo punto ad ognuno di noi può venire in mente di crearsi direttamente e in proprio queste connessioni e, anzi, di ricercarle. Ti accorgi così che queste connessioni davvero potrebbero dirci molto di più sul nostro presente ma anche sul nostro passato e sul nostro futuro: il vettore temporale viene completamente stravolto e invertito, il presente può così cambiare il modo in cui vediamo il passato e nel quale immaginiamo il futuro. Ma anche il vettore spaziale viene stravolto e invertito e così quello che ci appariva uno spazio interiore diventa in realtà uno spazio esterno: la cupola affrescata era già una stazione orbitale. E questa stazione spaziale sarà la cupola affrescata della umanità di domani. C’è qualcosa di altamente artistico nella cupola della Stazione Spaziale (SS) così come c’è qualcosa di altamente tecnologico nella cupola della (SS) Trinità di Torino. Ma quello che emerge più chiaramente dall’accostamento di queste due immagini è che l’evoluzione della nostra specie ci ha estratto dalle caverne per ripararci dentro una cupola terrestre ed esplorarci poi in una cupola spaziale; magari in compagnia di cosmonauti in tutte gialle e blu e di astronauti con tute rosse, tutti individui che per proprie assonanze visive hanno già imparato prima e meglio di tutti noi quanto poco vale, quassù, dirsi russi, ucraini o americani e quanto lungo sarà il tempo per dirsi finalmente umani.
www.cdscultura.com

