Superbonus 110% nel caos, cantieri a rischio

La vicenda del Superbonus 110% incontra l’ennesimo ostacolo sulla sua strada. Dopo l’allarme sui fondi terminati (ecco chi rischia di doverli restituire), ora sale il rischio per i nuovi cantieri e anche per quelli già aperti.

In attesa di una soluzione legislativa, la priorità del Governo è consentire il completamento dei lavori già iniziati per due motivi principali: evitare il fallimento delle imprese coinvolte (33mila secondo i calcoli degli artigiani del Cna), con la conseguente perdita di posti di lavoro, e scongiurare spiacevoli situazioni per i contribuenti nel bel mezzo di una ristrutturazione (occhio ai controlli fiscali sul 730: come prepararsi).

Nato per incentivare i cittadini a rendere le proprie case più ecologiche e sicure, il Superbonus si è rivelata una soluzione difficile da gestire e interpretare. La prima causa del caos è lo sforamento di oltre 400 milioni di euro del plafond originario, stabilito in 33,3 miliardi. Oltre ai rischi per le aziende, legati all’impossibilità di cedere crediti d’imposta per circa 2,6 miliardi di euro, anche i contribuenti potrebbero trovarsi nei guai per eventuali esborsi salati da saldare per opere lasciate a metà.

Il futuro è sempre più incerto per l’agevolazione voluta dallo Stato. Sulla carta, rimarrà in vigore a pieno regime per i condomini fino alla fine del prossimo anno e con detrazioni fiscali più ridotte fino alla fine del 2025. Federica Brancaccio, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili, sottolinea che alcune banche “dicono di non avere più plafond perché vivono nell’incertezza. Il Dl Aiuti non si sa come sarà convertito e dunque si deve immaginare con il Governo una strategia di uscita a medio e lungo periodo. Ma sicuramente i contratti in corso e i crediti già nei cassetti fiscali non possono essere abbandonati“.

Iniziamo col dire che per chi non ha ancora avviato i lavori è del tutto sconsigliabile dare il via all’iter procedurale per il Superbonus. Quest’ultimo può essere richiesto ancora fino al 30 giugno 2022, con una proroga al 31 dicembre per gli interventi svolti su edifici monofamiliari che, al 30 settembre, saranno completati almeno al 30%. Per garantire le detrazioni sulle future domande, però, la misura dovrebbe essere oggetto di un rifinanziamento (qui invece abbiamo parlato di cosa cambia in caso di comunione dei beni col coniuge).

La situazione per chi ha pratiche già in corso non è migliore. Dal 1° luglio verranno applicati infatti costi più alti. I crediti per i destinatari finali saranno essenzialmente “svalutati”, col risultato che chi cede ad esempio un credito da 10mila euro se ne vedrà rimborsare meno di 9mila.

Come accennato, è sempre più realistico il rischio che i lavori già iniziati, per i quali è già stata incassata parte del bonus, restino incompiuti. Lo Stato potrebbe chiedere indietro i fondi per queste pratiche, che potrebbero trasformarsi in un’autentica stangata per eventuali sanzioni pecuniarie.

Le banche si sono ritrovate sommerse dalle numerosissime richieste di cessioni di crediti edilizi, denunciando l’impossibilità di compensarli. La causa principale di questa situazione è il “vincolo di compensazione” che obbliga gli operatori ad avere crediti fiscali, come quelli edilizi, non superiori al livello di imposte e contributi versati dalla banca.

Diversi istituti affermano di aver raggiunto questo limite o di stare per raggiungerlo. L’acquisizione dei crediti, già resa complicata nei mesi scorsi dai diversi limiti imposti alle cessioni multiple, si sta dunque bloccando nuovamente.

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