«Se non ora, quando?». La voce della piazza di Beirut. Intanto la ministra dell’informazione si è domessa

“Siamo arrabbiati. Li hanno uccisi. Ora devono andarsene: non ci fermeremo fino a che non lo faranno”. Sono parole come queste a tenere insieme le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza a Beirut, in Libano, ancora una volta e a distanza di giorni dalle devastanti esplosioni che hanno distrutto la città e il porto e causato oltre 150 vittime e almeno cinquemila feriti, oltre alle innumerevoli persone sfollate. “La nostra associazione fa base sul monte Lebanon e da martedì stiamo reclutando volontari”, racconta una manifestante. “Forniamo loro materiale per andare a pulire la case distrutte in tre quartieri. I volontari vengono divisi in gruppi da dieci persone, con un capo: scelgono la casa e la puliscono. In più distribuiamo cibo e abbiamo un rifugio sulla montagna, dove ospitiamo le famiglie che hanno perso le case”. Cosa è cambiato nel popolo libanese dopo le esplosioni? “La gente ora è molto, molto arrabbiata. Vogliono fare qualcosa, ecco perché ora sono tutti qui. Mezzo milione di persone e una sola richiesta: basta corruzione, basta con questo governo, vogliamo un nuovo sistema politico perché questo che abbiamo non funziona”. È il momento per un vero cambiamento in Libano? “È il momento. Se non ora, quando? È il momento”. “Sono pronta a tutto. Sono pronta a morire. Quelli devono andarsene”. Ha il volto trasfigurato dalla maschera antigas, uno scudo fatto con un cartello stradale e l’energia di una ragazza che sa perfettamente cosa vuole e quanto è rischioso pensarlo. In piazza dei martiri ci sono decine di migliaia di giovani, ma anche anziani. Chi batte contro il metallo in un ritmo inesorabile che segna il suono della protesta. Insieme alle autoambulanze, i proiettili di gomma, le forche che girano per la piazza all’urlo “Thaura – rivoluzione”. “È il giorno del giudizio”, si legge su una scritta dove sono appese della corde annodate per fare un cappio. Le foto dei politici vengono fatte bruciare, la sagoma di cartone di Nasrallah, il leader del movimento degli Hezbollah, che di fatto controlla buona parte del paese, viene simbolicamente impiccata. Intorno la polizia fa cordone, sul ponte ci sono le forze speciali, più nascosti nelle vie, miliziani che aspettato che cali la sera. I manifestanti raggiungono il parlamento e anche il ministero degli Esteri, quello dell’Ambiente, del Commercio, dell’Energia, l’associazione dei banchieri. Sono mesi che la gente protesta. In Libano la rabbia è palpabile, non saranno tutti, ma sono molti, è visibile come il fumo dei gas che cerca di disperdere la folla, ma chi non cade a terra ferito e viene portato via dalle autoambulanze che sembrano non fermarsi mai, resta. Sono arrivati da ogni parte del paese e non intendono andarsene. L’esplosione di martedì ha cambiato qualcosa, sembra la goccia che fa traboccare il vaso. “Se non ora quando”, dice una signora che ieri ha passato la giornata con altri volontari a pulire le strade dalle macerie e oggi manifesta perché vuole che il potere politico se ne vada. Basta fazioni, basta milizie, basta corruzione, basta crisi, basta accordi e compromessi. Basta – Khalas. In attesa del summit alle Nazioni Unite, con i paesi donatori che aiuteranno nell’emergenza Libano, Beirut, all’indomani della grande protesta antigovernativa che ha provocato decine di feriti, un poliziotto morto e trasformato Piazza dei Martiri in un campo di battaglia, la situazione resta molto tesa. La gente chiede le dimissioni di tutto l’establishment politico, considerato corrotto. Ma non è solo questo, ora la gente vuole giustizia per l’esplosione che ha travolto la capitale. Tre ministeri ieri sera sono stati assaltati e i manifestanti si sono dispersi solo quando la polizia è diventata troppo violenta per poter restare. Ma sono pronti a tornare, anche oggi se fosse necessario. E anche se è da mesi che si chiede un cambio di potere, l’esplosione che ha distrutto un terzo della capitale del Libano martedì sera, ucciso decine di persone, ferite migliaia e ne ha sfollate 300 mila, ha reso tutto ancora più reale, doloroso e imminente. Il premier ha proposto elezioni anticipate, ma i libanesi ora vogliono di più. Il sistema politico settario non funziona più. Il patriarca maronita, Bechara Boutros Al Rai, ha detto questa mattina che il governo deve dimettersi se non è in grado di cambiare e di aiutare nella ricostruzione. Intanto la ministra dell’Informazione, Manal Abdel Samad, in una conferenza stampa nel palazzo presidenziale a Baabda ha presentato le sue dimissioni: “Voglio scusarmi con il popolo libanese, le cui aspirazioni non siamo stati in grado di soddisfare a causa della difficoltà delle sfide che ci attendono”, ha detto la ministra, aggiungendo che il governo non è stato all’altezza delle sue aspirazioni e che si è dimessa per rispetto delle persone uccise, ferite e disperse dopo la massiccia esplosione di Beirut all’inizio di questa settimana, “e in risposta alla richiesta di cambiamento da parte della gente”.