Se la cultura non conduce in paradiso allora i pseudo acculturati dove andranno?

In passato, non troppo remoto, la cultura era gestita e controllata essenzialmente dalla Chiesa. Poteva avvicinarsi a essa solo chi si poneva al servizio del potere clericale e chi si votava agli ordini ecclesiastici. Testimonianza di ciò ci è data già da Carlo Magno che sapeva appena leggere e il suo nome lo scriveva con estrema fatica. Agli “illetterati” appartenevano tutti: popolo, aristocratici e nobili.

Non mancavano “ignoranti” o quasi anche all’interno del clero perché il potere dei colti dispensava cultura tanto quanto poteva essere utile al soggetto. In realtà quanto ne necessitava la situazione del momento.

La conoscenza delle lingue dotte come il latino e il greco era quasi sparita del tutto. Il pressapochismo culturale era giunto fino a permettere, solo alle alte sfere ecclesiastiche, di conoscere la grammatica, la retorica e la filosofia.

Questa triste condizione socio-culturale persistette fino a che i centri vitali della conoscenza, appartenenti alle abazie e cattedrali, si dedicarono anche al popolo, iniziarono ad aprirsi scuole, accademie e università in modo che tutte le “classi sociali”, o quasi, potessero “andare in Paradiso”.

Furono molte le scuole che, ben presto, annoverarono in esse grandi studiosi che rivalutarono la filosofia soprattutto dopo aver studiato l’estetica di Sant’Agostino.

Il neoplatonismo divenne filosofia vera e propria che permetteva allo studioso di approcciarsi in modo diretto e sintetico alla teologia fino a diventare il nuovo modo di interpretare il mondo anche nei secoli successivi.

Sempre parafrasando il noto film: «La classe operaia va in paradiso» oggi possiamo affermare che nel tempo “le classi sociali si sono avvicinate al paradiso” in quanto quasi tutta la totalità degli uomini è stata scolarizzata e soprattutto per merito della Chiesa ma non possiamo affermare che si sia anche acculturata se si pensa che molto spesso chi vuole trasmettere le “sue conoscenze” attraverso la scrittura lo fa con un susseguirsi di parole spesso senza senso o attribuendo significati diversi dal reale.

Chi invece intende farlo verbalmente (presentandosi come fine dicitore) si dimostra un logorroico senza limiti. Proprio perché siamo convinti di essere tutti acculturati, tutti riteniamo che: il verbo è uguale al pensiero, che un termine anglosassone è di origine latina o viceversa, che la toponomastica sia un percorso per topi e che la storia sia solo un argomento di ricordi dove ognuno la esprime come vuole sia essa moderna che mitologica o contemporanea.

Spesse volte i letterati, o chi si definiscono tali, cercano altre nomenclature, altre definizioni e lo fanno cercando in una miriade di modi che una certa cultura contempla.

Nel coacervo delle definizioni e delle auto definizioni troviamo l’intellettuale, casomai togato, che predice, propone, dichiara e sentenzia col suo solo pensiero credendo che sia l’unico valido nella selva dell’arroganza. A proposito, pare che l’arroganza appartenga agli ignoranti, ma a questo punto viene da chiedersi, se ciò è vero, in paradiso chi ci è andato? Visto che questa marea di dotti è andata … altrove? Certo è che pressapochismo, arroganza e mediocrità, nel loro percorso, continuare a lasciarsi dietro, i malefici effluvi dell’arroganza.

Rude Clava
Rude Clava
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