Radici e visioni. “Il destino più consono” di Rocco Vincenzo Scotellaro

Nell’antologia Il destino più consono Rocco Vincenzo Scotellaro appare come un rabdomante della memoria lucana. Il volume – che accorpa poesie e prose scritte fra il 1982 e il 2024, incorniciate da dieci tavole dell’autore – è insieme bilancio esistenziale e geografia affettiva, un libro‐fiume che scorre fra i calanchi di Basilicata e i viali nebbiosi dell’esilio industriale del Nord, portando con sé l’eco di un “accento saraceno” che, già dal saggio d’apertura, impone il tema decisivo del distacco e del ricordo ​.

Fin dalla prima sezione, Le gemme promettono bene, l’autore ritesse il legame ombelicale con la Lucania: «Lucania è dove un tremito inventa / notti bianche»​. In questi versi l’energia tellurica della regione diventa metafora di una vitalità che resiste allo spopolamento. Il paesaggio non è mai solo scenario: lo “sgretolare di rocce” o il «vento delle malve» non descrivono, ma incarnano lo stato d’animo di chi resta e di chi parte; la natura “scuote argille e timori” così come la storia scuote il corpo sociale.

La lingua di Scotellaro alterna il registro epico-corale (i braccianti, le processioni, le veglie intorno al fuoco) a improvvise sospensioni elegiache. Ne risulta un impasto fonico che ricorda la parlata rabatana e al tempo stesso un’aulica classicità: l’endecasillabo franto si impasta con i sintagmi dialettali, la similitudine pastorale convive con fulminee schegge del quotidiano.

Nella sezione I capricci degli dei entra in scena la figura dell’orciolo, totem enologico che diventa dispositivo narrativo ed erotico: «L’effluvio afrodisiaco emanato dall’orciolo… / …col brindisi spumeggiante / si festeggia la voluttà»​. L’oggetto, passato di mano in mano, è al tempo stesso coppa bacchica e reliquia contadina; la sua circolarità riflette quella dell’eterno ritorno alle origini, mentre l’ebbrezza denuncia una volontà di fuga dagli steccati sociali.

È significativo che la stessa orizzontalità conviviale dell’orciolo trovi un contrappunto in molte prose memoriali, dove il vino diventa veicolo di solidarietà, come nei ricordi di zio Rocco e Carlo Levi evocati dalla nonna Francesca, allorché «l’uva puttanella» e la conversazione politica si mescolano all’odore della cucina povera​.

Se il titolo della raccolta promette consonanza con un fato quasi predestinato, la sezione Il vero e la misura mostra invece la dialettica fra accettazione e rivolta. Il testo programmatico “Destino” dice: «La terra trema sotto i nostri piedi… / Molti vivranno / per continuare a soffrire» ​. Ma subito dopo invoca una “rinnovata speranza” e immagina braccia che «falceranno il grano» ancora: la condizione subalterna non è un sigillo immobile, bensì un varco di trasformazione.

È la stessa tensione che anima le prose della diaspora: «Mai come quando si è lontani / i cuori sognano e si stringono» scrive Scotellaro nella pagina titolata “Transumanza”​. L’emigrazione non è qui resa con accenti patetici, bensì come lotta identitaria, terreno di prova per un’etica “altruista”, retaggio dell’insegnamento di Rocco Scotellaro e di Levi.

Il progetto editoriale dà ordine al magma creativo senza disciplinarlo eccessivamente. Ogni sezione è preceduta da una nota filologica che rintraccia le prime pubblicazioni su rivista o in plaquette​, restituendo al lettore la filigrana genetica dei testi. Gli apparati critici non soffocano il testo poetico ma gli offrono risonanza, consentendo di leggere la parabola dell’autore a cavallo fra due secoli: dal rovello delle lotte contadine fino alle inquietudini dell’intelligenza artificiale, evocata in una pagina che intreccia algoritmi e sarmenti ​.

Il destino più consono convince perché riunisce, in un continuum storicizzato, gli opposti che definiscono la modernità marginale del Sud: natura e fabbrica, dialetto e “password”, mito pastorale e cronaca politica. Scotellaro non mira al bozzetto folclorico; anzi, scava nel ventre oscuro del proprio “sud”, capace di produrre tanto l’“orciolo afrodisiaco” quanto la «sciolta» del cocker borghese, ridicolizzando la mondanità urbana.

Il valore letterario dell’opera risiede allora in questa capacità di ibridazione tonale: la preghiera laica convive con la facezia, l’endecasillabo con la filastrocca, la lirica con la narrazione aneddotica. Ogni testo, pur nello splendore autonomo, dialoga con gli altri dentro una coralità che ha il ritmo dei campanacci carnevaleschi e delle serenate notturne: è la stessa musica di comunanza che spinge il lettore a sentirsi parte di una comunità di memorie e di desideri.

Libro inclassificabile – al tempo stesso canzoniere, zibaldone e romanzo di formazione – Il destino più consono offre la misura di una voce che sfida i generi per cercare, sotto la scorza dell’esperienza, il nocciolo etico dell’esistenza. Fra l’odore dei lupini e l’abbaglio di un neon ferroviario Scotellaro ci ricorda che la poesia non abita nei cieli astratti, ma «tra i focolari accesi» dove «solo i poeti sanno descrivere il dramma»​. E mentre il vento delle malve torna a frusciare fra i vicoli, la sua parola conferma che, anche nel pieno della disillusione, la terra – qualsiasi terra – continua a chiamare per nome i suoi figli, invitandoli, ostinata, a ricominciare.

Edizioni Laurita Srls – pagg. 184.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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