Potenza. Branca: un uomo che ha fatto parlare di sé

Ascanio Branca è stato un patriota e politico italiano. Fu deputato e ministro delle Finanze del Regno d’Italia nei Governi Starrabba II, Starrabba III, Starrabba IV e Starrabba V, Ministro dei Lavori Pubblici e delle Poste e Telegrafi nel Governo Starrabba I e dei Lavori Pubblici nel Governo Saracco.
Branca sposò, il 4 ottobre 1891, Anna Caracciolo dei Principi di Forino e Avellino (1871-1938) ed ebbe tre figli.

Nato a Potenza il 10 marzo 1840 da Gerardo e da Maria Siani, in una famiglia appartenente alla ricca borghesia agraria, giovanissimo entrò a far parte del Consiglio del decurionato e dei notabili di Potenza. Scoppiata il 18 ag. 1860 l’insurrezione antiborbonica che portò alla prodittatura di N. Mignogna e G. Albini, il B. fu incluso nella deputazione per le vettovaglie e vetture, su designazione del Boldoni, membro del Comitato dell’ordine, di orientamento moderato, e comandante le forze insurrezionali della Basilicata. Nel settembre 1860 il B., che era stato nominato provveditore della brigata dei cacciatori lucani, partecipò ai preparativi che portarono all’ingresso dei garibaldini in Napoli. Nelle elezioni comunali dell’anno successivo fu eletto fra i trenta consiglieri del municipio di Potenza. Nel 1866 si arruolò volontario nella guerra contro l’Austria, seguendo Garibaldi nel Trentino come ufficiale di Stato Maggiore.

Il B. narrò le sue esperienze di combattente nel volume La campagna dei volontari italiani nel Tirolo,seguita da alcune riflessioni sulle riforme militari (Firenze 1866), in cui veniva esaltato il valoroso comportamento dei, soldati italiani che – a suo giudizio – aveva contrastato singolarmente con l’incompetenza dimostrata dai generali e con l’inefficienza dell’amministrazione militare. Egli, pertanto, auspicava un’ampia riforma dell’organizzazione dell’esercito, e soprattutto dello Stato Maggiore, sottolineando, d’altra parte, la convenienza di mantenere alle armi, in tempo di pace, un esiguo numero di militari; alle forze dei volontari si sarebbero dovute conservare le caratteristiche originarie, che le rendevano atte a una mobilitazione rapida, accompagnata da un vasto consenso popolare.

Tornato a Napoli, il B., che era laureato in legge ma che non esercitò mai l’avvocatura, partecipò alla vita politica nelle file della Sinistra moderata, svolgendo un’intensa attività di pubblicista su numerosi giornali napoletani, fra i quali il Roma e il Pungolo. Nel 1867 assunse la direzione de La Nuova Roma, portavoce – secondo un rapporto della prefettura di Napoli – del “gruppo dei proprietari scontenti delle tasse”. Il giornale, che il 1º marzo 1869 cambiò testata, divenendo La Libertà (la direzione venne allora affidata dal proprietario, T. Sorrentino, a M. Torraca, su indicazione dello stesso B.), visse fino al 1º aprile 1872, svolgendo coraggiose campagne contro la faziosità della prefettura e della questura napoletane, che ne disposero di frequente il sequestro. Il B. si segnalò come uno dei maggiori esponenti di quella corrente della Sinistra meridionale d’ispirazione conservatrice, tenuta a battesimo dal De Sanctis nelle elezioni del 1865 e chiamata poi nel 1874 Sinistra “giovane”.

Essa esprimeva la “reazione conservativa” – come fu detto dal Turiello – della grossa borghesia agraria meridionale contro il fiscalismo della Destra, e non era molto distante “in finanze” – a giudizio dei moderati – dalle posizioni di Giacomo Savarese, che era leader dell’autonomismo napoletano. Da questo tuttavia molti “ricchi proprietari” e “notabili locali” – come li definì il De Sanctis – della Sinistra “giovane” si distinguevano non solo per l’unitarismo, ma anche – come nel caso del B. – per una visione meno regionale e più aggiornata dei problemi economici. Il B., ad esempio, pubblicò nel 1867 a Parigi il volume Le crédit et la banque internationale, nel quale si dichiarava strenuo sostenitore del liberoscambismo e propugnatore della necessità di sviluppare il credito mediante la creazione di grandi banche internazionali in grado di sostenere, all’occorrenza, gli istituti di credito nazionali: questa solidarietà delle strutture creditizie delle varie nazioni interessate allo sviluppo della ricchezza sarebbe stata la più sicura garanzia di una pace durevole in Europa e di un ordinato progresso sociale. L’opera – dalla quale traspare l’impostazione dottrinaria, fin troppo pesantemente sottolineata dal Riccio – riscosse per altro un notevole successo e contribuì a consolidare la fama di studioso del Branca.

Presentatosi candidato della Sinistra a Potenza, nelle elezioni del 1870, il B. riuscì a battere clamorosamente P. Cortese, uno dei maggiori esponenti della Destra meridionale, e fino alla morte fu sempre rieletto con un largo plebiscito. Propugnatore “di una finanza parca ed economica, senza spese esagerate, con poche imposte, quali si convengono ad uno stato modesto che non ha grandi ambizioni” (Riccio), il B. si distinse subito alla Camera per la sua opposizione alla politica finanziaria del Sella. In particolare, nel maggio 1871 e poi nel marzo del ’72, avversò gli omnibus Sella presentati alla Camera nel marzo 1871 e nel dicembre del ’72, con i quali si proponevano nuovi mutui da parte dello Stato con la Banca Nazionale, l’espansione della circolazione cartacea (tali provvedimenti – secondo il B. – avrebbero portato a un aumento dell’aggio, alla diminuzione del valore della moneta e alla depressione dei corsi della rendita), un aumento delle imposte e la concessione del servizio di Tesoreria alle quattro maggiori banche del Regno, la Banca Nazionale, la Banca Toscana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.

Inoltre il B. accusò la Destra di aver attuato una politica finanziaria che mirava “solo a creare grandi monopoli e a distruggere le piccole proprietà”, in base a un errato “concetto politico”: di creare, cioè, una monarchia costituzionale circondata da ricchi banchieri e grandi proprietari terrieri, e di sostituire, nel paese, al ceto medio indipendente, un “ceto di stipendiati”. Mostrando una notevole indipendenza di giudizio rispetto alle posizioni dei gruppi prevalenti in seno all’opposizione meridionale, nel marzo 1873 respinse una proposta del Nicotera che aveva chiesto un aggravio del bilancio per un aumento degli stanziamenti per gli armamenti e, nel 1874, si pronunciò contro il disegno di legge Finale-Minghetti sul consorzio bancario e la circolazione fiduciaria, che ottenne l’appoggio della Sinistra “giovane” del De Luca e del De Sanctis. Quel provvedimento – a suo giudizio – falliva al suo scopo principale, che era di limitare i danni derivanti dal corso forzoso, poiché non restringeva la circolazione dei biglietti emessi per conto dello Stato, su cui era regolata l’emissione dei biglietti a corso legale dei singoli istituti. Due mesi più tardi il B., eletto membro della commissione parlamentare sui provvedimenti finanziari Minghetti, dichiarò pure di non condividere l’indirizzo finanziario del governo e, in particolare, le ottimistiche previsioni del presidente del Consiglio sul bilancio dello Stato. Per altro, tale opposizione era motivata da ragioni squisitamente tecniche, e non significò il suo allineamento sulle posizioni della Sinistra “storica”. Egli affermò (18 apr. 1874) di appartenere all’opposizione “amministrativa” e di non condividere il piano di riforme politiche proposto dal Crispi, non nascondendo la possibilità d’intesa con il Minghetti. Tuttavia, dopo le elezioni del ’74, quando la Sinistra meridionale tornò alla Camera più numerosa ed aggressiva ed incline a battersi su temi d’ispirazione regionalistica, l’incontro fra la Sinistra “giovane” e il governo apparve chiaramente irrealizzabile. Caduta la Destra, il B. fu nominato nel primo e secondo gabinetto Depretis (1876) segretario generale del ministero di Agricoltura Industria e Commercio, ma, soppresso questo ministero (26 dic. 1877), lasciò il governo. Durante il successivo gabinetto Cairoli, si oppose alla nuova tariffa doganale d’ispirazione protezionistica, varata nel 1878 ed applicata in seguito al fallimento delle trattative per il rinnovo del trattato commerciale con la Francia.

Egli condannò il nuovo regime doganale che veniva a ledere gli interessi del Mezzogiorno agricolo, avvertendo che una guerra delle tariffe “non riuscirebbe che a beneficio di pochi industriali, i quali preleverebbero una tassa sull’intera nazione”. Tuttavia, in occasione della discussione del disegno di legge Seismit-Doda sull’abolizione della tassa sul macinato, nel luglio 1878, il B., pur manifestando preoccupazioni circa il reperimento di nuove fonti di entrata per lo Stato, si pronunciò, assieme al Crispi, a favore del progetto ministeriale inteso a diminuire di un quarto la tassa, sia sui cereali inferiori, consumati prevalentemente nel Nord d’Italia, sia sul grano, consumato prevalentemente nel Mezzogiorno (mentre l’orientamento di molti settori della Camera era favorevole ad una diminuzione sui soli cereali inferiori).

Il B. tornò al governo nel terzo gabinetto Depretis, riprendendo il suo incarico di segretario generale del ministero di Agricoltura Industria e Commercio (richiamato in vita il 30 giugno 1878); appoggiò anche il terzo gabinetto Cairoli, che trovò all’opposizione la maggior parte dei meridionali, e nel 1880 fu nominato membro della commissione di ispezione sui sei istituti di emissione.

L’atteggiamento filogovernativo del B. si manifestò anche in occasione delle elezioni politiche del 16 maggio 1880, in contrasto con la maggioranza dei deputati lucani – Crispi, Del Zio, Lacava, Lovito, ecc. – schierati decisamente all’opposizione. Il B. tuttavia non sostenne incondizionatamente la politica finanziaria del Magliani: ne appoggiò, ad esempio, il disegno di legge sull’abolizione del macinato, che, a suo dire, favoriva i mugnai e nuoceva ai proprietari terrieri; ma espresse forti riserve sul progetto per l’abolizione del corso forzoso (la cui esistenza, a suo giudizio, non aveva impedito all’Italia di prosperare) che doveva avvenire con lenta gradualità e senza ricorrere a prestiti all’estero. La posizione conservatrice del B. si manifestò pure durante la discussione della riforma elettorale, che lo vide contrario al suffragio universale e favorevole ad un allargamento del diritto di voto, sulla base del censo e dell’istruzione; sostenne anche la soppressione del collegio uninominale e l’introduzione dello scrutinio di lista.

Durante il quarto gabinetto Depretis, formato il 29 maggio ’81, il B. fu relatore di numerosi disegni di legge di carattere finanziario, in una posizione cautamente critica nei confronti della politica finanziaria del Magliani. Relatore del disegno di legge sulla proroga delle convenzioni commerciali, sostenne (2 maggio 1882) che il trattato doveva approvarsi anche se era peggiore di quello del 1877: una contraddizione che gli fu rimproverata e che testimoniava l’evolversi dell’originario libero-scambismo del B. verso l’accettazione, seppure con molti “distinguo”, del regime protezionista. Durante e dopo le elezioni del 29 ott. 1882, che avallarono il nuovo corso della politica trasformistica del Depretis, il B. non aderì ai tentativi del Nicotera di creare nel Mezzogiorno una consistente opposizione al trasformismo. Ma nel corso della crisi ministeriale del maggio 1883 firmò con altri 54 deputati l’ordine del giorno Miceli che invitava il Depretis a mantenere inalterato l’originario programma della Sinistra, e in un discorso alla Camera, il 31 maggio, passò apertamente all’opposizione, dichiarando la propria sfiducia nella politica finanziaria del gabinetto. In quella occasione espresse ampie riserve sulla relazione del Luzzatti sulle tariffe doganali, sostenendo che fosse conveniente proteggere soltanto le più grosse industrie a larga base e capaci di sostenersi autonomamente. Il B., quindi, si affiancò a quelle correnti parlamentari di opposizione al Depretis che diedero vita alla “Pentarchia”. Egli – secondo il Riccio – fu anche uno degli azionisti della Tribuna, l’organo dei “pentarchi” fondato il 29 novembre e diretto dal Roux.

Seguendo l’orientamento della maggior parte dei deputati meridionali che erano seguaci della “Pentarchia” e ostili alle convenzioni ferroviarie proposte dal Depretis, il B. si oppose, nel dicembre 1884, al progetto governativo che avrebbe aumentato il debito dello Stato e danneggiato il Mezzogiorno per l’aumento delle tariffe ferroviarie che erano già più elevate che al Nord. La sua opposizione agli ultimi gabinetti Depretis si manifestò anche nella politica estera: costantemente contrario ad iniziative di espansione coloniale, il B. propugnò una politica estera di “raccoglimento dignitoso”, “prudente e pacifica”, e si mostrò apertamente ostile alla Triplice, che giudicava di nessuna utilità per l’Italia.

Nel triennio 1885-1887 si mise in luce come uno dei principali oppositori del Depretis circa i provvedimenti da prendere per far fronte alla crisi agraria. Egli, esponente degli agrari meridionali, era stato commissario per la Basilicata e la Calabria nell’inchiesta Jacini e la sua relazione, nell’83, era apparsa nel IX volume degli Atti della Giunta per l’inchiesta agraria (Roma 1883). In essa s’individuavano le origini della crisi soprattutto nella gravezza delle imposte e nella mancanza di capitali, da cui derivava il fenomeno, diffuso nel Mezzogiorno, del gran numero di terre messe in vendita a prezzi sempre più bassi dai proprietari che non disponevano di riserve di capitali e che non riuscivano a procurarsene, dato l’alto saggio di interesse dei mutui ipotecari e la esiguità del credito fornito dalle banche. Nel 1885, alla Camera, tornò sull’argomento proponendo una serie di provvedimenti rivolti a sollevare l’agricoltura dall’eccessivo peso fiscale e a rivedere le tariffe doganali in modo da reperire 50 milioni mediante dazi sul petrolio e sugli zuccheri; si dichiarava quindi apertamente favorevole all’estensione del regime protezionistico anche ai cereali, sostenendo che il liberoscambismo non era più utile come nel passato. Discutendosi, inoltre, nel dicembre dell’85, il progetto governativo di perequazione fondiaria, il B. sostenne le ragioni degli agrari meridionali, che sarebbero stati danneggiati dalla legge, presentando un progetto alternativo a quello del governo, che però, come l’altro, non ebbe seguito.

Allineatosi, oramai, sulle posizioni protezionistiche della maggioranza della Camera, il B. – dopo la morte del Depretis – fu inviato nel settembre 1887, assieme al Luzzatti e all’Ellena, a Parigi per trattare la revisione delle tariffe con la Francia stipulate nel 1881. Quelle trattative, proseguite in Italia, non ebbero esito favorevole, e la responsabilità del loro fallimento, che condusse alla “guerra delle tariffe”, fu addossata dal B. soprattutto all’esagerato “triplicismo” del Crispi e al suo viaggio in Germania, giudicato una inopportuna mossa politica. Anche negli anni successivi la condotta del B. fu ispirata a principî sempre più accentuatamente protezionistici (su sua proposta, il dazio sul grano fu elevato a cinque lire il quintale) e a una forte avversione verso la politica estera crispina.

Nominato nel 1889 membro della commissione parlamentare Alvisi-Biagini in seguito alle voci di dissesto di alcuni istituti di credito (l’inchiesta che portò allo scandalo della Banca Romana), il B. denunziò apertamente – assieme al Nicotera – “le cause politiche disoneste” del cattivo portafoglio di alcune banche interessate a crearsi “una clientela favorevole di voti” nel Parlamento e nel paese, accentuando in tal modo la sua opposizione al Crispi. Dimessosi il Crispi, fu nominato ministro dei Lavori Pubblici e, adinterim, delle Poste nel primo ministero del di Rudinì.

Caduto il ministero, avversò il nuovo gabinetto Giolitti, che era stato tra i principali oppositori del governo di Rudinì, e lo aveva giudicato un “tentativo di restaurazione di una politica conservatrice che in quella forma non fu più ritentata”; anzi fu il B. – si disse – a finanziare la violenta campagna antigiolittiana dello Sbarbaro sulla Libera parola. Ritornato al potere il Crispi, il B. si schierò apertamente contro la politica finanziaria del Sonnino, col quale da tempo era in aperto dissidio, e prese a patrocinare la causa del Banco di Napoli, coinvolto nella crisi generale delle banche italiane.

Infatti, quando per volontà del Sonnino fu sciolta l’amministrazione del Banco, il B. pubblicò, l’8 febbr. 1895, una violentissima lettera su Il Giornale, in cui si accusava il ministro del Tesoro di violare la legge per favorire la Banca d’Italia, cui era stata concessa la Tesoreria. Il Farini giudicò assai severamente tale lettera, ritenendola “un’aspra manifestazione separatista” di un uomo che – egli scrisse nel suo Diario – “dovunque sedesse alla Camera, io giudicai sempre antiunitario, pieno di pregiudizi regionali, sordidamente avverso ad ogni idea di grandezza nazionale, conservatore fino al clericalismo”. Il B. si oppose, naturalmente, nel luglio, ai provvedimenti Sonnino relativi al Banco di Napoli, attestandosi, per altro, su posizioni sempre più conservatrici, avversando anche la proposta di riforma del dazio di consumo che gravava sulle classi più povere.

Dopo la caduta di Crispi e il ritorno al potere del di Rudinì, il B. fu nominato, il 10 marzo 1896, ministro delle Finanze, ricoprendo tale carica anche nei successivi ministeri di Rudinì, fino al 29 giugno 1898. Nel luglio 1896, entrato nel ministero il Luzzatti, fu avviato il risanamento del Banco di Napoli, che presentava un deficit di circa 90 milioni. Non mancarono, per altro, i contrasti fra il B. e il Luzzatti, che rimproverava al collega di venir meno a una rigorosa e necessaria politica della lesina. In realtà, il B. svolse in questo periodo un ruolo di secondo piano. Egli per altro si trovò a dover fronteggiare la crisi granaria che sfociò nei moti del ’98 e a rispondere ai forti attacchi rivoltigli da socialisti e radicali.

Discutendosi alla Camera, nel gennaio-febbraio 1898, il decreto che riduceva il dazio sul grano da 75 a 50 lire la tonnellata, il B. fece riferimento, ovviamente, alle cause internazionali della crisi, difendendo le ragioni che avevano consigliato l’instaurazione di un regime protettivo, come in altri grandi Stati d’Europa. Ma tale sua opinione – fra l’altro – fu confutata dal Pareto che, sulla Critica sociale del 16 febbraio, scrisse che il dazio sul grano esisteva solo in quei paesi, come la Germania e la Francia, dove dominavano i grandi possidenti, mentre i “dazi sulla fame” non esistevano in nazioni democratiche come l’Inghilterra e la Svizzera.

Caduto il di Rudinì, il B. si schierò all’opposizione nel giugno del ’99, quando il Pelloux, ricorrendo ai decreti legge, imboccò la strada, come disse il B. alla Camera, della “violazione costituzionale”. Nel marzo del 1900 egli si pronunciò pure contro l’efficacia giuridica dei decreti legge, affiancandosi – come molti liberal-conservatori – alle correnti più progressiste del Parlamento. Nel successivo ministero Saracco fu nominato ministro dei Lavori Pubblici.

Il B. morì a Napoli il 6 marzo 1903.

Gianfranco Lotito
Gianfranco Lotito
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