di Caterina Iannelli
Resurrezione, colombe e pastiere in attesa della vera passione cittadina: il Maggio Potentino. È arrivata anche quest’anno, puntuale come le buche sul Basento dopo un giorno di pioggia: la Pasqua. In città si respira un’aria solenne, mista a fumo di agnello arrosto e profumo di colombe rigorosamente riciclate dal Natale (solo il packaging cambia). Le processioni sfilano tra vicoli e vicoletti, con fedeli devoti e curiosi annoiati, uniti sotto lo stesso cielo e sotto lo stesso ombrello, ché a Potenza si sa il meteo è sempre un’incognita.
Ma mentre ancora si digerisce il pranzo della domenica i potentini cominciano già a sentire un fremito: è il Maggio Potentino che scalpita nei cuori e nei bicchieri. Perché a Potenza la vera resurrezione non è quella di Cristo ma quella dei potentini stessi che, dal letargo invernale, rinascono con litri di vino e occhiali da sole alle sei di sera.
Le prime avvisaglie si notano già: gruppetti di ragazzi che studiano con attenzione il calendario degli eventi, non per cultura ma per capire dove si balla Agostino Gerardi. I bar iniziano a rafforzare le scorte di alcolici come se ci fosse un embargo in arrivo.
Intanto, il Comune affila i comunicati stampa, le bande musicali scaldano gli ottoni e carri e figuranti attendono il loro momento di gloria . Che poi è anche il momento in cui le strade si bloccano, e chi va a lavoro si chiede se sia meglio trasferirsi direttamente in Svezia.
Il Maggio Potentino, però, è anche questo: un mix letale di tradizione, spettacolo e caos viabilistico. Una festa che unisce generazioni, dai boomer che ricordano “quando il Maggio era il vero Maggio” ai giovani che pensano sia un festival indie con i portatori.
Insomma, a Potenza la Pasqua è solo il trailer. Il film vero inizia a maggio, con tanto di colonna sonora, effetti speciali e (per chi resiste) anche i titoli di coda.

