Nuovi attori territoriali esplorano il futuro oltre la crisi

di Giancarlo Vainieri, Presidente Cssl Uil Basilicata

Un sentimento di incompiutezza e di sospensione, un “non più ed un non ancora” attraversa i mondi vitali, le famiglie, le classi e le generazioni lucane. Nel “Rapporto Benessere equo e sostenibile” l’Istat registra questa condizione di transito verso “qualcosa”. Tra le regioni del Sud la Basilicata ha risultati molto buoni in diversi ambiti della vita collettiva. Ma le altre regioni, nel tempo, recuperano con un miglioramento costante dei dati. La regione lucana non riesce a consolidare, con effetti di sistema, le performance di spicco; anzi subisce una lenta controtendenza negativa specie per gli indici di salute, qualità del lavoro, condizioni economiche minime, innovazione, ricerca e creatività. Sembra difficile trovare, in un contesto così pencolante, il lato favorevole, “la misura di tutte le cose” come diceva Levi. Cosa manca nel caleidoscopio regionale? Gli elementi progettati ed intenzionali dello sviluppo. Manca l’energia e la continuità della programmazione, il consolidamento delle azioni virtuose della crescita. Approssimative ed incomplete le reti degli enti strumentali, la modernizzazione e qualificazione cumulativa dei servizi pubblici, la mobilità, la scuola, la sanità, il radicamento di progetti capaci di sviluppare in autonomia le connessioni trasversali tra settori, filiere, attori, territori. Tornano “a bomba” i temi strutturali del decennio appena concluso: semplificazioni, digitalizzazioni, innovazione e trasferimento tecnologico. Siamo sempre lì. Gli spazi per un secondo sguardo, per un passaggio in profondità nelle trasformazioni della società sono davvero stretti. Certo ci provano e sono davvero esemplari gli amministratori locali. Sono visibili le azioni programmate di tanti Comuni del Vulture, del Melandro e delle aree interne nei centri minori della dorsale appenninica lucana. Uno stile di educazione civica e politica vera, oltre la logica mercantile di intermediazione, di rincorsa del frammento. Oltre quella passività neutra della politica, senza nerbo, divenuta un’utilità valevole per tutte le dimensioni, luoghi, persone e genti, rese scolorite nelle loro diversità. I nuovi blocchi sociali e le buone prassi degli Enti locali sono fermento, ricchezza e multiformità. Sono un’evidente ed ineludibile trama dei piani di comunità, delle comunità locali, un assetto istituzionale delle zone che manca ed andrebbe ripreso e legiferato dalla Regione. Le piattaforme territoriali, le nuove catene del valore attendono di essere modulate negli scambi interni ai territori, insieme alle connessioni con il resto del mondo. Bisogna “fare società” dice Aldo Bonomi. Bisogna dare vita, spessore e progetto a forme di rappresentanza che si interpongano tra gli ultimi e i penultimi. “Costruire accampamenti” e mettere insieme le oasi, la ricchezza delle esperienze sociali sui territori. Nella pandemia lo spazio per fortuna era coperto da un tessuto orizzontale di militanza sociale. Si è compreso questo fenomeno? Questa nebulosa è quella che i sociologi chiamano una “comunità di cura larga”. Non è solo l’associazionismo, il volontariato o il terzo settore. È anche la medicina di territorio, le scuole, gli psicologi, il sindacato e le nuove rappresentanze, le organizzazioni delle piccole partite Iva e dei lavoratori creativi. Si riparte da qui, altrimenti vince la comunità rancorosa e l’anomia, la rabbia ed il sentirsi persi. Che nesso c’è tra il fare società e il potere costituente? Ci vuole un nuovo regionalismo che cominci daccapo a ricostruire l’alfabeto del “fare società” e capire che l’ascolto e l’irruzione di nuove élites è decisivo per un nuovo ciclo di modernizzazione e di autonomia. Una nuova formazione delle decisioni dal basso, con “potentia sapientia et amor”. Il mondo sindacale e quello delle forze sociali ci provano. Hanno disegnato nel tempo come in un contro-piano, i contorni di un nuovo sviluppo regionale. Una ricerca unitaria che ha avuto punte alte in manifestazioni, documenti e negli Stati generali del lavoro di inizio 2020. Ma qualcosa ci suggerisce che questo proiettarsi nel sociale deve continuare. Tante e concrete sono le sfide nei campi dell’innovazione capitalistica, in quel lungo avanzare dei flussi nelle comunità e nei luoghi. Quale l’impatto nei luoghi di vita e nelle decisioni locali di Amazon, dell’alta velocita, il banking della finanza globale, ma anche i piani di Stellantis e gli assi pesanti del Pnrr, di difficile acquisizione nelle comunità? Leggere i flussi ed i luoghi e veicolare i programmi ed un diverso orientamento a ‘fare le cose insieme’ con un taglio di responsabilità è realmente un prerequisito essenziale per salvare la regione nei flutti della grande crisi; costruendo accordi cooperativi non momenti conflittuali nel contesto urbano-regionale, che è da molti punti di vista la vera nuova fabbrica. Nello spazio-regione e non in singoli punti è la sfida di una nuova rappresentanza del lavoro, di un sindacato che si batte per coniugare la tecnologia, i diritti ed i destini futuri del territorio. Magari nella forma dei “consigli del lavoro” proposti dal Forum delle diseguaglianze e diversità, come organismi di rinnovata partecipazione. Ma anche di sindacato come mutuo-aiuto personale, di frammento, di microlavoro, di categoria e di prossimità. È la sfida del nuovo lavoro.

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