Nel romanzo… ci siamo entrati un po’ tutti

‘Capriccio italiano’ di Edoardo Sanguineti fu il romanzo che cercò di dimostrare la possibilità di operare una rivoluzione nella nostra narrativa e nell’uso “letterario” del lin­guaggio. L’opera “si costituisce per accumulo di 111 tessere o carte da giuoco (capitoli), i cui simboli potrebbero rientrare nel sistema di immagini carnevale­sche che .celebrano l’avvicendamento dei contrari, la compresenza degli opposti, delle differenze, rovesciando ogni presunto valore definitivo, univoco, pieno. I materiali narrativi si addizionano e procedono non in modo lineare, ma attraverso continui processi di smantellamento e spiazzamento che costituiscono e sfasciano le immagini in una permanente ricerca del vuoto, di uno spazio, in cui la parola si svuota di ogni spessore semantico. Quell’universo polimorfo e in continua permutazione che è ‘Capriccio’ italiano appare così depurato, compresso sotto una campana di vetro dalla quale ogni aura è stata espunta: materiali, svuotati di spessore, eventi derealizzati, fantasie oniriche strappate . ad ogni dimensione spazio-temporale, scampoli mitici in vendita, scimmiottamento di riti alchemici, fabulazioni senza significati, sono ritagliati su uno spazio bidi­mensionale, una superficie dalla quale ogni pretesa totalizzante, umanistica, pare bandita”.
Qui possiamo renderci conto di come nasce e si struttura il romanzo.
lo dissi che cominciavo proprio a averci appetito, ormai, e che era ora di smetterla di girare, per quelle fogne. Allora R. (i protagonisti sono anonimi e indicate con una lettera dell’alfabeto) si fermò subito, e fece uno strano sorriso quando disse: “Ma siamo arrivati, appunto”, e cominciò a guardarmi bene, come a dire se fossi presentabile, e mi aggiustò il nodo della cravatta, e mi allacciò una scarpa, e altre cose del genere, insomma. E così fece anche lei, che fuori  da  una  tasca  che ci aveva nella gonna tirò rossetto e cipria e nero per gli occhi e pettine e specchio, e mi disse che glielo reggessi, lo specchio, che per un’era fu lì che si aggiustava tutta. E poi subito spalancò una vecchia porta che era proprio lì, che di colpo si sentirono come rumori di vita in quel grande silenzio, e c’è una scala a  chiocciola  di  metallo,  subito  dietro  la  porta, una scala che scende, e lei ti comincia a scenderla,  che  io  la  seguo subito, e mi viene un grande capogiro, e quando abbiamo fatto un giro appena, e siamo di fronte a un’altra vecchia porta, mi sembra di svenire davvero. Allora mi guarda ancora e mi dice: “Devi pettinarti”. E io mi pettino un po’, con il suo pettine, e lei dice che non va ancora bene,  e allora mi pettina lei, e mi fa qualche carezza, intanto, ma piccola, con la sua  mano  molto  piccola  e quasi  gonfia,  tanto  è grassa,  e un  po’  sudata sempre, che i capelli mi stanno un po’ a posto finalmente. E allora apre l’altra porta, e io vedo che è un locale molto grande, con grandi vetrate, e poi sento, che è un’impressione molto precisa proprio, che c’è della pioggia che batte, sopra le vetrate, e c’è tutta una luce da giorno di pioggia, in quell’aria, una luce un po’ di spavento, e triste da morire. Poi si rimase un pezzo così, in cinque, a guardare per la finestra quel cielo così grande, a vederlo di lassù, con un colore già come d’aurora, e che l’aurora non era, e l’aria un po’ fredda nella stanza, e B. con  il bavero tirato su, e io che mi ero preso una coperta dal letto, e me l’ero gettata addosso bene, e nessuno  che diceva niente,  e aspettavamo, se­duti, il giorno. Poi io misi un disco, che era un metodo per lo spagnolo. Così B. disse che potevamo anche fare il giuoco del romanzo, che è poi quel giuoco che so da due anni, che l’ho imparato in Francia, che M., che è medico, disse subito che è molto meglio che le associazioni libere, e che io trovo che è molto meglio davvero. Ma il romanzo lo fecero le due donne, cioè A. e la cugina di mia moglie, che sarebbe poi C., che non lo conoscevano mica ancora, il giuoco, che non si può mica fare, se no. Che poi il giuoco è questo, che noi dicevamo che quelle dovevano indovinare un romanzo che noi sapevamo bene, e che allora facessero pure delle domande, che così se lo potevano indovinare un po’ tutto, un po’ per volta. Che poi il romanzo non c’è mica,  si capisce,  che sono loro che se lo fanno con le loro domande, ma se quelle fanno una domanda che l’ultima parola finisce per a, oppure per o, oppure per u, noi si diceva sempre di no, e che se invece finiva per e, oppure per i, si diceva di sì, invece. Che poi in francese, per forza; la regola è un’altra. Così ci fu C. che disse subito a M.: “Ma lui, nel romanzo, c’è” e lui ero io, e M. disse di sì, naturalmente, e così nel romanzo ci fui proprio subito. Che insomma, domanda e domanda,  ci  siamo  entrati  un  po’ tutti, poi. Anche mia moglie c’è entrata, che intanto era di là, a letto, che  siccome  era  incinta,  intanto,  dormiva.  Ma  M.,  invece,  rimase sempre un po’ fuori, strada facendo. Che forse fu perché a un certo punto se ne andò anche davvero a prendere giù le bottiglie che ci aveva in macchina, e tutto il resto, che io avevo preparato, intanto, un po’ di apriscatole e di cavatappi. E poi io gli avevo detto, a M.: “Mia moglie beve alla bottiglia”, che così lui prese solo cinque bicchieri. Poi M. se ne andò al buio,  di  là . Poi  si  sentì che tastava  la parete,  facendo strisciare la mano aperta, e poi che aveva urtato un po’ nella porta, e poi che aveva anche fatto scattare l’interruttore. Ma tornò con tutta la ‘bottiglia piena, molto più tardi, e mi disse: “Ma tua moglie non la vuole, la coca-cola”. Che poi ci prendemmo anche le poltrone, anche per non svegliarla più, mia moglie, e le portammo sopra il terrazzo, e c’era lì un vento davvero freddo, e la notte era davvero limpida, che lui si tolse la giacca lo stesso, per cominciare, cioè M., sempre. Che poi io dissi, mentre quelle mangiavano e facevano domande, e anche bevevano, si capisce: “Adesso io mi faccio un bagno d ‘aria”. Poi se lo fece anche M ., il bagno cosi, che è medico, e B. si tirò giù solo il bavero, e io rimasi così, in mutande e maglietta, tutto bianco nel buio della notte. Avevamo finito anche con i panini, che io mi tolsi anche le mutande, e così rimasi così, sempre più bianco, ma con tutta la pelle d’oca, proprio, che non era poi neanche una notte troppo buia, che sembrava  che sempre arrivava il mattino, che quelle intanto continuavano il romanzo. Poi fu l’alba davvero, che noi scappammo tutti in cucina a farci un po’ di caffè molto caldo, e quelle dovevano anche averne un po’  abba­stanza, ormai, del romanzo, che proprio da me volevano sapere, però, come finiva. Che forse fu poi solo perché ero nudo così, credo, e che A. e C. mi stavano tanto intorno, e mi guardavano me, e dicevano , a me, e sbadigliavo da fare ·. spavento: “Ma come sei bianco, ma come sei bianco”. E mi toccavano la pelle, ogni tanto.

[Da ‘Capriccio italiano’, Milano, Feltrinelli, 1963]