Sul Calvario si scontrano due mentalità. Nel Vangelo, infatti, le parole di Gesù crocifisso si contrappongono a quelle dei suoi crocifissori. Questi ripetono un ritornello: “Salva te stesso”. Lo dicono i capi: “Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23,35). Lo ribadiscono i soldati: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (v. 37). E infine, anche uno dei malfattori, che ha ascoltato, ripete il concetto: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso!” (v. 39). Salvare se stessi, badare a se stessi, pensare a se stessi; non ad altri, ma solo alla propria salute, al proprio successo, ai propri interessi; all’avere, al potere, all’apparire. Salva te stesso: è il ritornello dell’umanità che ha crocifisso il Signore. Pensiamoci.
Ma alla mentalità dell’io si oppone quella di Dio; il salva te stesso si scontra con il Salvatore che offre se stesso. Nel Vangelo odierno sul Calvario anche Gesù prende la parola tre volte, come i suoi oppositori (cfr vv. 34.43.46). Ma in nessun caso rivendica qualcosa per sé; anzi, nemmeno difende o giustifica se stesso. Prega il Padre e offre misericordia al buon ladrone. Una sua espressione, in particolare, marca la differenza rispetto al salva te stesso: “Padre, perdona loro” (v. 34).
Soffermiamoci su queste parole. Quando le dice il Signore? In un momento specifico: durante la crocifissione, quando sente i chiodi trafiggergli i polsi e i piedi. Proviamo a immaginare il dolore lancinante che ciò provocava. Lì, nel dolore fisico più acuto della passione, Cristo chiede perdono per chi lo sta trapassando. In quei momenti verrebbe solo da gridare tutta la propria rabbia e sofferenza; invece Gesù dice: Padre, perdona loro. Diversamente da altri martiri, di cui racconta la Bibbia (cfr 2 Mac 7,18-19), non rimprovera i carnefici e non minaccia castighi in nome di Dio, ma prega per i malvagi. Affisso al patibolo dell’umiliazione, aumenta l’intensità del dono, che diventa per-dono.
Fratelli, sorelle, pensiamo che Dio fa così anche con noi: quando gli provochiamo dolore con le nostre azioni, Egli soffre e ha un solo desiderio: poterci perdonare. Per renderci conto di questo, guardiamo il Crocifisso. È dalle sue piaghe, da quei fori di dolore provocati dai nostri chiodi che scaturisce il perdono. Guardiamo Gesù in croce e pensiamo che non abbiamo mai ricevuto parole più buone: Padre, perdona. Guardiamo Gesù in croce e vediamo che non abbiamo mai ricevuto uno sguardo più tenero e compassionevole. Guardiamo Gesù in croce e capiamo che non abbiamo mai ricevuto un abbraccio più amorevole. Guardiamo il Crocifisso e diciamo: “Grazie Gesù: mi ami e mi perdoni sempre, anche quando faccio fatica ad amarmi e perdonarmi”.
Lì, mentre viene crocifisso, nel momento più difficile, Gesù vive il suo comandamento più difficile: l’amore per i nemici. Pensiamo a qualcuno che ci ha ferito, offeso, deluso; a qualcuno che ci ha fatto arrabbiare, che non ci ha compresi o non è stato di buon esempio. Quanto tempo ci soffermiamo a ripensare a chi ci ha fatto del male! Così come a guardarci dentro e a leccarci le ferite che ci hanno inferto gli altri, la vita o la storia. Gesù oggi ci insegna a non restare lì, ma a reagire. A spezzare il circolo vizioso del male e del rimpianto. A reagire ai chiodi della vita con l’amore, ai colpi dell’odio con la carezza del perdono. Ma noi, discepoli di Gesù, seguiamo il Maestro o il nostro istinto rancoroso? È una domanda che dobbiamo farci: seguiamo il Maestro o seguiamo il nostro istinto rancoroso? Se vogliamo verificare la nostra appartenenza a Cristo, guardiamo a come ci comportiamo con chi ci ha feriti. Il Signore ci chiede di rispondere non come ci viene o come fanno tutti, ma come fa Lui con noi. Ci chiede di spezzare la catena del “ti voglio bene se mi vuoi bene; ti sono amico se sei mio amico; ti aiuto se tu mi aiuti”. No, compassione e misericordia per tutti, perché Dio vede in ciascuno un figlio. Non ci divide in buoni e cattivi, in amici e nemici. Siamo noi che lo facciamo, facendolo soffrire. Per Lui siamo tutti figli amati, che desidera abbracciare e perdonare. Ed è così anche in quell’invito al banchetto di nozze del figlio, quel signore invia i suoi servi all’incrocio delle strade e dice: “Portate tutti, bianchi, neri, buoni e cattivi, tutti, sani, ammalati, tutti…” (cfr Mt 22,9-10). L’amore di Gesù è per tutti, non ci sono privilegi in questo. Tutti. Il privilegio di ognuno di noi è essere amato, perdonato.
Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Il Vangelo sottolinea che Gesù “diceva” (v. 34) questo: non lo disse una volta per tutte al momento della crocifissione, ma trascorse le ore sulla croce con queste parole sulle labbra e nel cuore. Dio non si stanca di perdonare. Dobbiamo capire questo, ma capirlo non solo con la mente, capirlo con il cuore: Dio non si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono, ma Lui mai si stanca di perdonare. Lui non sopporta fino a un certo punto per poi cambiare idea, come siamo tentati di fare noi. Gesù – insegna il Vangelo di Luca – è venuto nel mondo a portarci il perdono dei nostri peccati (cfr Lc 1,77) e alla fine ci ha dato un’istruzione precisa: predicare a tutti, nel suo nome, il perdono dei peccati (cfr Lc 24,47). Fratelli e sorelle, non stanchiamoci del perdono di Dio: noi preti di amministrarlo, ogni cristiano di riceverlo e di testimoniarlo. Non stanchiamoci del perdono di Dio.
Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Notiamo ancora una cosa. Gesù non solo implora il perdono, ma dice anche il motivo: perdonali perché non sanno quello che fanno. Ma come? I suoi crocifissori avevano premeditato la sua uccisione, organizzato la sua cattura, i processi, e ora sono sul Calvario per assistere alla sua fine. Eppure Cristo giustifica quei violenti perché non sanno. Ecco come si comporta Gesù con noi: si fa nostro avvocato. Non si mette contro di noi, ma per noi contro il nostro peccato. Ed è interessante l’argomento che utilizza: perché non sanno, quell’ignoranza del cuore che abbiamo tutti noi peccatori. Quando si usa violenza non si sa più nulla su Dio, che è Padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perché si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo. Sì, Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli. Cristo è crocifisso lì, oggi.
Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Molti ascoltano questa frase inaudita; ma uno solo la accoglie. È un malfattore, crocifisso accanto a Gesù. Possiamo pensare che la misericordia di Cristo abbia suscitato in lui un’ultima speranza e l’abbia portato a pronunciare quelle parole: «Gesù, ricordati di me» (Lc 23,42). Come a dire: “Tutti si sono dimenticati di me, ma tu pensi pure a chi ti crocifigge. Con te, allora, c’è posto anche per me”. Il buon ladrone accoglie Dio mentre la vita sta per finire e così la sua vita inizia di nuovo; nell’inferno del mondo vede aprirsi il paradiso: “Oggi con me sarai nel paradiso” (v. 43). Ecco il prodigio del perdono di Dio, che trasforma l’ultima richiesta di un condannato a morte nella prima canonizzazione della storia.
Fratelli, sorelle, in questa settimana accogliamo la certezza che Dio può perdonare ogni peccato. Dio perdona tutti, può perdonare ogni distanza, mutare ogni pianto in danza (cfr Sal 30,12); la certezza che con Cristo c’è sempre posto per ognuno; che con Gesù non è mai finita, non è mai troppo tardi. Con Dio si può sempre tornare a vivere. Coraggio, camminiamo verso la Pasqua con il suo perdono. Perché Cristo continuamente intercede presso il Padre per noi (cfr Eb 7,25) e, guardando il nostro mondo violento, il nostro mondo ferito, non si stanca di ripetere – e noi lo facciamo adesso con il nostro cuore, in silenzio – di ripetere: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
Sur le Calvaire, deux mentalités s’affrontent. Dans l’Évangile, en effet, les paroles de Jésus crucifié s’opposent à celles de ceux qui le crucifient. Ceux-ci répètent le même refrain : “Sauve-toi toi-même”. Les chefs le disent : «Qu’il se sauve lui-même, s’il est le Messie de Dieu, l’Élu !» (Lc 23, 35). Les soldats le répètent : « Si tu es le roi des Juifs, sauve-toi toi-même ! » (v. 37). Et finalement, l’un des malfaiteurs, qui a écouté, répète l’idée : « N’es-tu pas le Christ ? Sauve-toi toi-même ! » (v. 39). Se sauver soi-même, s’occuper de soi, penser à soi ; pas aux autres, mais seulement à sa santé, à son succès, à ses intérêts ; à l’avoir, au pouvoir, au paraître. Sauve-toi toi-même : c’est le refrain de l’humanité qui a crucifié le Seigneur. Réfléchissons-y.
Mais à la mentalité du moi s’oppose la mentalité de Dieu ; le sauve-toi toi-même se heurte au Sauveur qui s’offre lui-même. Dans l’Évangile de ce jour sur le Calvaire, Jésus prend également la parole à trois reprises, comme ses adversaires (cf. vv. 34.43.46). Mais en aucun cas il ne revendique quoi que ce soit pour lui-même; il ne se défend même pas et ne se justifie pas. Il prie le Père et fait miséricorde au bon larron. Une de ses expressions, en particulier, marque la différence avec le sauve-toi toi-même : «Père, pardonne-leur» (v. 34).
Attardons-nous sur ces mots. Quand le Seigneur les dit-il ? À un moment bien précis : lors de la crucifixion, lorsqu’il sent les clous lui percer les poignets et les pieds. Essayons d’imaginer la douleur atroce que cela a provoqué. Là, dans la douleur physique la plus aiguë de la passion, le Christ demande pardon pour ceux qui le transpercent. À cet instant, on n’aurait pour seule envie que de crier toute sa colère et sa souffrance ; au lieu de cela, Jésus dit : Père, pardonne-leur. Contrairement aux autres martyrs dont parle la Bible (cf. 2 M 7, 18-19), il ne fait pas de reproches aux bourreaux ni ne menace de punition au nom de Dieu, mais il prie pour les méchants. Fixé à la potence de l’humiliation, il augmente l’intensité du don, qui devient par-don.
Frères et sœurs, pensons que Dieu fait de même avec nous : lorsque nous lui faisons mal par nos actions, il souffre et n’a qu’un seul désir : pouvoir nous pardonner. Pour s’en rendre compte, regardons le Crucifié. C’est de ses blessures, de ces brèches de douleur causés par nos clous, que jaillit le pardon. Regardons Jésus sur la croix et méditons sur le fait que nous n’avons jamais reçu de meilleures paroles : Père, pardonne. Regardons Jésus sur la croix et constatons que nous n’avons jamais reçu un regard plus tendre et plus compatissant. Regardons Jésus sur la croix et réalisons que nous n’avons jamais reçu une étreinte plus aimante. Regardons le Crucifié et disons : “Merci Jésus : tu m’aimes et me pardonnes toujours, même quand j’ai du mal à m’aimer et à me pardonner”.
Là, alors qu’on le crucifie, au moment le plus difficile, Jésus vit son commandement le plus difficile : l’amour des ennemis. Pensons à quelqu’un qui nous a blessés, offensés, déçus ; quelqu’un qui nous a mis en colère, qui ne nous a pas compris ou qui n’a pas été un bon exemple. Combien de temps restons-nous à penser à ceux qui nous ont fait du mal ! Tout comme nous restons à regarder à l’intérieur de nous-mêmes et à lécher les blessures qui nous ont été infligées par les autres, par la vie, par l’histoire. Jésus nous apprend aujourd’hui à ne pas en rester là, mais à réagir. À briser le cercle vicieux du mal et du regret. À réagir aux clous de la vie avec amour, aux coups de la haine avec la caresse du pardon. Mais nous, les disciples de Jésus, suivons-nous le Maître ou notre propre instinct rancunier ? C’est une question que nous devons nous poser: suivons-nous le Maître ou suivons-nous notre instinct rancunier? Si nous voulons vérifier notre appartenance au Christ, regardons comment nous traitons ceux qui nous ont blessés. Le Seigneur nous demande de répondre, non pas selon notre instinct, ou comme tout le monde le fait, mais comme il le fait avec nous. Il nous demande de briser la chaîne du “je t’aime si tu m’aimes ; je suis ton ami si tu es mon ami ; je t’aide si tu m’aides”. Non, compassion et miséricorde pour tous, car Dieu voit en chacun un fils. Il ne nous divise pas en bons et mauvais, en amis et ennemis. C’est nous qui faisons cela, en le faisant souffrir. Pour Lui, nous sommes tous des enfants bien-aimés, qu’Il veut embrasser et pardonner. Et il en est de même dans cette invitation au banquet des noces de son fils, ce seigneur envoie ses serviteurs à la croisée des chemins et dit : “Amenez-les tous, blancs, noirs, bons et méchants, tous, bien portants, malades, tous…” (cf. Mt 22, 9-10). L’amour de Jésus est pour tous, il n’y a pas de privilèges dans ce domaine. Tous. Le privilège de chacun d’entre nous est d’être aimé, d’être pardonné.
Traduzione in inglese
On Calvary, two ways of thinking collided. In the Gospel, the words of the crucified Jesus are in sharp contrast with the words of those who crucified him. The latter keep saying: “Save yourself”. The leaders of the people said: “Let him save himself, if he is the Christ of God, his Chosen One” (Lk 23:35). The soldiers said the same thing: “If you are the King of the Jews, save yourself” (v. 37). Finally, one of the criminals, echoing their words, said to him: “Are you not the Christ? Save yourself” (v. 39). Save yourself. Take care of yourself. Think of yourself. Not of others, but only of your own well-being, your own success, your own interests: your possessions, your power, your image. Save yourself. This is the constant refrain of the world that crucified the Lord. Let us think about it.
Against this self-centred mindset is God’s way of thinking. The mantra “save yourself” collides with the words of the Saviour who offers his self. Like his adversaries, Jesus speaks three times in today’s Gospel (cf. vv. 34.43.46). Yet he did not claim anything for himself; indeed, he did not even defend or justify himself. He prayed to the Father and offered mercy to the good thief. One of his words, in particular, marked the difference with regard to the mantra “save yourself”. He said: “Father, forgive them” (v. 34).
Let us reflect on the Lord’s words. When did he say them? At a very specific moment: while he was being crucified, as he felt the nails piercing his wrists and feet. Let us try to imagine the excruciating pain he suffered. At that moment, amid the most searing physical pain of his Passion, Christ asked forgiveness for those who were piercing him. At times like that, we would scream out and give vent to all our anger and suffering. But Jesus said: Father, forgive them.
Unlike the other martyrs about whom the Bible speaks (cf. 2 Mac 7:18-19), Jesus did not rebuke his executioners or threaten punishments in the name of God; rather, he prayed for the evildoers. Fastened to the gibbet of humiliation, his attitude of giving became that of forgiving.
Brothers and sisters, God does the same thing with us. When we cause suffering by our actions, God suffers yet has only one desire: to forgive us. In order to appreciate this, let us gaze upon the crucified Lord. It is from his painful wounds, from the streams of blood caused by the nails of our sinfulness that forgiveness gushes forth. Let us look to Jesus on the cross and realize that greater words were never spoken: Father, forgive. Let us look to Jesus on the cross and realize that we have never been looked upon with a more gentle and compassionate gaze. Let us look to Jesus on the cross and understand that we have never received a more loving embrace. Let us look to the crucified Lord and say: “Thank you, Jesus: you love me and always forgive me, even at those times when I find it hard to love and forgive myself”.
There, as he was being crucified, at the height of his pain, Jesus himself obeyed the most demanding of his commandments: that we love our enemies. Let us think about someone who, in our own lives, injured, offended or disappointed us; someone who made us angry, who did not understand us or who set a bad example. How often we spend time looking back on those who have wronged us! How often we think back and lick the wounds that other people, life itself and history have inflicted on us. Today, Jesus teaches us not to remain there, but to react, to break the vicious circle of evil and sorrow. To react to the nails in our lives with love, to the buffets of hatred with the embrace of forgiveness. As disciples of Jesus, do we follow the Master or do we follow our own desire to strike back? This is a question we have to ask ourselves. Do we follow the Master or not?
If we want to test whether we truly belong to Christ, let us look at how we behave toward those who have hurt us. The Lord asks us to respond not as we feel, or as everyone else does, but in the way he acts toward us. He asks us to break out of the mindset that says: “I will love you if you love me; I will be your friend if you are my friend; I will help you if you help me”. Rather, we are to show compassion and mercy to everyone, for God sees a son or a daughter in each person. He does not separate us into good and bad, friends and enemies. We are the ones who do this, and we make God suffer. For him, all of us are his beloved children, children whom he desires to embrace and forgive. Just as in the parable of the wedding feast, where the father of the groom sends his servants into the streets and says: “Invite everybody: white, black, good and bad, everybody, the healthy, the sick, everybody…” (cf. Mt 22:9-10). The love of Jesus is for everyone; everyone has the same privilege: that of being loved and forgiven.
Father, forgive them for they know not what they do. According to the Gospel, Jesus “kept saying” this (cf. v. 34). He did not say it once for all as he was being nailed to the cross; instead, he spent all his time on the cross with these words on his lips and in his heart. God never tires of forgiving. We need to understand this, not just in our minds, but also in our hearts. God never tires of forgiving. We are the ones who get tired of asking forgiveness. But he never tires of forgiving. He does not put up with us for a while and then change his mind, as we are tempted to do. Jesus – so the Gospel of Luke teaches us – came into the world to bring us forgiveness for our sins (cf. Lk 1:77). In the end, he gave us a clear command: to proclaim forgiveness of sins to everyone in his name (cf. Lk 24:47). Let us never grow tired of proclaiming God’s forgiveness: we priests, of administering it; all Christians, of receiving it and bearing witness to it. Let us never grow tired when it comes to God’s forgiveness.
Father, forgive them for they know not what they do. Let us observe one more thing. Jesus not only asked that they be forgiven, but also mentioned the reason why: for they know not what they do. How could that be? Those who crucified him had premeditated his killing, organized his arrest and trials, and now they were standing on Calvary to witness his death. Yet Christ justifies those violent men by saying: they know not. That is how Jesus acts in our regard: he makes himself our advocate. He does not set himself against us, but for us and against our sins. His words make us think: for they know not. It is the ignorance of the heart, which all of us have as sinners.
When we resort to violence, we show that we no longer know anything about God, who is our Father, or even about others, who are our brothers and sisters. We lose sight of why we are in the world and even end up committing senseless acts of cruelty. We see this in the folly of war, where Christ is crucified yet another time. Christ is once more nailed to the Cross in mothers who mourn the unjust death of husbands and sons. He is crucified in refugees who flee from bombs with children in their arms. He is crucified in the elderly left alone to die; in young people deprived of a future; in soldiers sent to kill their brothers and sisters. Christ is being crucified there, today.
Father, forgive them for they know not what they do. Many people heard these extraordinary words, but only one person responded to them. He was a criminal, crucified next to Jesus. We can imagine that the mercy of Christ stirred up in him one last hope and led him to speak these words: “Jesus, remember me” (Lk 23:42). As if to say: “Everyone else has forgotten me, yet you keep thinking of those who crucify you. With you, then, there is also a place for me”. The good thief accepted God as his life was ending, and in this way, his life began anew. In the hell of this world, he saw heaven opening up: “Today you will be with me in Paradise” (v. 43). This is the marvel of God’s forgiveness, which turned the last request of a man condemned to death into the first canonization of history.
Brothers and sisters, in the course of this week, let us cling to the certainty that God can forgive every sin. He forgives everyone. He can bridge every distance, and turn all mourning into dancing (cf. Ps 30:12). The certainty that with Jesus there is always a place for everyone. That with Christ things are never over. That with him, it is never too late. With God, we can always come back to life. Take courage! Let us journey toward Easter with his forgiveness. For Christ constantly intercedes for us before the Father (cf. Heb 7:25). Gazing upon our violent and tormented world, he never tires of repeating: Father, forgive them for they know not what they do. Let us now do the same, in silence, in our hearts, and repeat: Father, forgive them for they know not what they do.
Traduzione in francese
Père, pardonne-leur car ils ne savent pas ce qu’ils font. L’Évangile souligne que Jésus “disait” (v. 34) ceci : il ne l’a pas dit une fois pour toutes au moment de la crucifixion, mais il a passé les heures sur la croix avec ces mots sur les lèvres et dans le cœur. Dieu ne se lasse jamais de pardonner. Nous devons comprendre cela, pas seulement avec notre intelligence, mais le comprendre avec le cœur: Dieu ne se fatigue jamais de pardonner, c’est nous qui nous fatiguons de lui demander pardon, mais lui ne se lasse jamais de pardonner. Il ne supporte pas jusqu’à un certain point pour ensuite changer d’avis, comme nous sommes tentés de le faire. Jésus – enseigne l’Évangile de Luc – est venu dans le monde pour nous apporter le pardon de nos péchés (cf. Lc 1, 77), et il nous a donné à la fin une instruction précise : annoncer à tous le pardon des péchés en son nom (cf. Lc 24, 47). Frères et sœurs, ne nous lassons pas du pardon de Dieu : à nous prêtres de l’administrer, à chaque chrétien de le recevoir et d’en témoigner. Ne nous lassons pas du pardon de Dieu.
Père, pardonne-leur car ils ne savent pas ce qu’ils font. Notons encore une chose. Non seulement Jésus implore le pardon, mais il en donne aussi le motif : pardonne-leur car ils ne savent pas ce qu’ils font. Comment cela ? Ceux qui l’ont crucifié avaient prémédité sa mise à mort, organisé son arrestation, les procès, et ils sont maintenant sur le Calvaire pour assister à sa fin. Pourtant, le Christ justifie ces personnes violentes parce qu’elles ne savent pas. C’est ainsi que Jésus se comporte avec nous : il se fait notre avocat. Il ne va pas contre nous, mais pour nous contre notre péché. Et l’argument qu’il utilise est intéressant : parce qu’ils ne savent pas, c’est l’ignorance du cœur que nous avons tous, nous pécheurs. Quand on utilise la violence, on ne sait plus rien de Dieu, qui est Père, ni des autres, qui sont frères. On oublie pourquoi on est dans le monde, et on va jusqu’à commettre des cruautés absurdes. Nous le voyons dans la folie de la guerre, où le Christ est une fois de plus crucifié. Oui, le Christ est à nouveau cloué à la croix dans les mères qui pleurent la mort injuste de leurs maris et de leurs enfants. Il est crucifié dans les réfugiés qui fuient les bombes avec des enfants dans les bras. Il est crucifié dans les personnes âgées laissées seules pour mourir, dans les jeunes privés d’avenir, dans les soldats envoyés pour tuer leurs frères. Là, le Christ est crucifié, aujourd’hui.
Père, pardonne-leur car ils ne savent pas ce qu’ils font. Beaucoup écoutent cette phrase inouïe, mais un seul l’accueille. C’est un malfaiteur, crucifié aux côtés de Jésus. Nous pouvons imaginer que la miséricorde du Christ a suscité en lui une dernière espérance et l’a conduit à prononcer ces mots : « Jésus, souviens-toi de moi » (Lc 23, 42). Comme s’il disait : “Tout le monde m’a oublié, mais toi, tu penses aussi à ceux qui te crucifient. Avec toi, il y a donc de la place pour moi aussi”. Le bon larron accueille Dieu au moment où sa vie s’achève et ainsi sa vie commence à nouveau ; dans l’enfer du monde, il voit s’ouvrir le paradis : «aujourd’hui, avec moi, tu seras dans le Paradis » (v. 43). Voici le miracle du pardon de Dieu, qui transforme la dernière requête d’un homme condamné à mort en la première canonisation de l’histoire.
Frères et sœurs, cette semaine nous accueillons la certitude que Dieu peut pardonner tout péché. Dieu pardonne à tous, il peut pardonner toute distance, changer tout pleur en danse (cf. Ps 30, 12) ; la certitude qu’avec le Christ il y a toujours de la place pour tout le monde ; qu’avec Jésus ce n’est jamais fini, il n’est jamais trop tard. Avec Dieu, nous pouvons toujours revenir à la vie. Courage, marchons vers Pâques avec son pardon. Parce que le Christ intercède continuellement auprès du Père pour nous (cf. He 7, 25) et, en regardant notre monde violent, notre monde blessé, il ne se lasse pas de répéter – et nous le faisons maintenant dans notre cœur, en silence – de répéter : Père, pardonne-leur, car ils ne savent pas ce qu’ils font.

