L’odio come programma

C’è un tratto comune che collega molte destre di governo nel mondo: la trasformazione dell’odio da scarto tossico del dibattito pubblico a carburante ufficiale della macchina politica. Non è una svista: è un metodo. Si parte dall’identificazione di un “altro” – migranti, minoranze, dissidenti, persino “traditori interni” – e lo si ammanta di colpe elastiche: crisi economica, insicurezza, perdita d’identità. È l’antico meccanismo del capro espiatorio (Girard l’aveva spiegato bene) riadattato all’era degli algoritmi: meno capanne intorno al fuoco, più tendopoli di commenti sotto i post.

Sociologicamente funziona perché promette semplicità in un mondo complesso. Nelle fasi di anomia – quella sensazione di smarrimento che Durkheim vedeva nelle società in trasformazione – il richiamo tribale del “noi contro loro” consola: ti dice chi sei, dove stare, chi odiare. L’odio diventa un badge identitario, un lasciapassare morale. Antropologicamente è un rito di coesione: definisce il gruppo attraverso l’esclusione. E politicamente rende: polarizza, mobilita, disciplina le “truppe” digitali. Ironia della sorte: si promette ordine mentre si coltiva il caos perché il caos rende elettoralmente.

La destra che governa oggi in molti Paesi ha perfezionato questa industria dell’ostilità. La narrazione è sempre pronta: emergenza, invasione, complotto, decadenza. Se scarseggiano i fatti si spremono i simboli; se scarseggiano i simboli si fabbricano scandali. La strumentalizzazione di episodi di cronaca – dalla “morte di Kirk” che qualcuno sventola come totem emotivo fino al caso minore trasformato in bandiera – è la catena di montaggio: selezione, distorsione, amplificazione. Ma sia chiaro: l’odio va condannato sempre, da chiunque arrivi, e la manipolazione del lutto o del dolore è un sacrilegio civile che non ammette colori.

C’è poi una psicologia politica dell’odio che prospera sull’ansia di status: quando il futuro appare più stretto del passato la promessa di restituire un primato perduto seduce. È qui che scatta l’“autoritarismo morbido”: non ti chiede di pensare, ti chiede di appartenere. E per appartenere basta condividere un meme, un insulto, un coro da stadio travestito da programma. Il risultato è una grammatica pubblica fatta di iperboli e sarcasmo tossico. La battuta crudele diventa virale, la smentita no: la verità è lenta, l’odio è a banda larga.

Qualcuno obietta: “Ma l’odio è ovunque”. Vero e va stigmatizzato dovunque si nasconda, anche quando strizza l’occhio in ambienti che si dicono progressisti. Il punto, oggi, è la responsabilità di chi governa: quando il potere normalizza l’ostilità, l’ostilità diventa norma sociale. Se il vertice legittima il bersaglio la base si sente autorizzata al tiro al piccione. La finestra di Overton non si allarga: si ribalta. In poche parole: non si amplia il dibattito includendo più idee, ma si capovolgono le gerarchie. Ciò che era impensabile diventa “normale” e prende il centro; il tono moderato viene spinto ai margini. In pratica gli estremi diventano la nuova misura del possibile.

Che fare? Primo: disinnescare la liturgia della paura con un’ecologia dell’informazione – trasparenza dei dati, fatti prima dei frame, lentezza quando serve. Secondo: ricostruire comunità reali perché l’odio si nutre di solitudini connesse. Terzo: tornare al lessico della dignità, senza sentimentalismi ma con fermezza giuridica: diritti, garanzie, limiti al potere. Quarto: pretendere responsabilità dei leader e trasparenza sulle decisioni, media e piattaforme; se il profitto discende dall’indignazione si tassa l’indignazione, non la dignità.

Non esistono “odi buoni”. Esistono paure legittime da ascoltare e interessi da comporre. La politica degna di questo nome mette ordine nel conflitto senza alimentare la vendetta. Tutto il resto è reality show in cui il pubblico paga il biglietto e poi scopre di essere il concorrente eliminato.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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