“Quel paesaggio della mia infanzia era ben coltivato, i contadini ci lavoravano lasciando intatto il fiorire della terra. Poi un po’ alla volta si è cominciato a sfruttarla il più possibile, e dagli anni Ottanta stiamo assistendo a un autentico degrado di fronte al quale non possiamo non indignarci: bisogna fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come area da edificare. Una volta esistevano i campi di sterminio, oggi siamo allo sterminio dei campi”.
Così si pronunciava Andrea Zanzotto, il Poeta di Pieve di Soligo, in un’intervista apparsa nel 2007, pochi anni prima della sua scomparsa. Quanto sembrano profetiche, così calate nella nostra realtà, queste parole misurate che accostano lo ‘sterminio’ ai ‘campi’ così come in una sua poesia il Poeta affiancava le variazioni foniche e semantiche della parola ‘strage’ ai ‘papaveri’.
E non c’è niente da fare: neanche io riesco a separare quel campo di colza che ho davanti, illuminato da un cielo di un azzurro carico, dallo “sterminio dei campi” che è in corso in Ucràina. Ancora di più mi è difficile farlo dopo aver letto questo messaggio a me indirizzato da un amico che vive (vive!) a Kovel’, nel Nord-Ovest del Paese invaso dall’esercito russo:
“Carissimo, per non farti preoccupare nei giorni scorsi non ti ho detto nulla della tragedia che abbiamo vissuto dal 28 Marzo fino a pochi giorni fa. Misha, il nostro quarto figlio (44 anni sposato, con 4 figli) è uscito di casa il 27.03.22 per partecipare ad una festa di compleanno e…non ha fatto ritorno a casa. Dopo oltre due settimane di ricerche infruttuose di poliziotti e volontari, l’hanno trovato annegato in un canale pieno d’acqua, dove era finito mentre – in bicicletta e nel buio più assoluto – cercava di tornare a casa , proprio all’inizio del coprifuoco…”.
Ed è stata l’ultima parola del messaggio, quel coprifuoco così brutale, lugubre e inconcepibile, a riportami alla essenza della realtà di uno sterminio che le bombe, i mezzi cingolati e le truppe russe stanno perpetrando nei e tra i campi ucraini e come, inevitabilmente, questo massacro di terra rimandi ai campi di sterminio che qualcuno riduce, per narcisistico compiacimento, a semplici poderi, fosse, strade, condomini ma che pur sempre continueranno a essere solo e semplicemente sterminio di campi e di esseri viventi.
Quell’ultima parola, coprifuoco, dice però qualcosa di più e cioè che la morte non cancella solo la vita di qualcuno ma sottrae vita alla vita istruendola, un poco alla volta, a rinunciare a tutto: uscire di casa, passeggiare in bicicletta, fumare, fare l’amore, festeggiare un compleanno fino a smettere di difendersi, di parlare addirittura di respirare. Ed è in questo modo che veniamo tutti informati e istruiti: per sottrazione di vita alla vita stessa, a quella di un bambino, di una madre, di una famiglia, di una comunità, di una città, di una Nazione.
Sopra quel poggio che ho davanti e che si affaccia sul campo giallo e sterminato come gli sterminati campi ucraini ho provato la tremenda vastità della visione poetica. Sotto quel cielo d’azzurra profondità ho avvertito la cruda concretezza di una profezia: i campi di sterminio iniziano con uno sterminio dei campi perché come ci ha ricordato Zanzotto “…geografia e storia hanno ugualmente a che fare con il ‘sistema militare’, con lo scolice militare che orienta i rigiri della prassi umana, marcandoli con punti massimi o di ‘precipitazione chimica’”. Il sistema militare si potrebbe infine ricondurre al ‘sistema immunitario’ presente in ogni corpo che viva o anche nei gruppi, offesa/difesa degli organismi, degli aggregati (umani e non) nei confronti di un fuori sempre ribaltabile in un dentro. […] Ogni luogo, oggi divenuto ormai obiettivo militare, somma in se stesso tutte le grafie e i graffiti storico-geografici della militarità/terrore/irrealtà».
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