L’invasione delle cavallette e lo sterminio da tastiera

C’è un dettaglio che torna ogni volta che l’Italia inciampa nel suo passato: non è solo cosa accadde, ma come decidemmo di chiuderla. Il 28 aprile 1945 Mussolini e Claretta Petacci vengono giustiziati a Giulino di Mezzegra. Fine simbolica del fascismo, certo. Ma anche una chiusura “sommaria” che lascia aperta una crepa: niente processo pubblico, niente assunzione collettiva di responsabilità in forma giudiziaria, niente “Norimberga italiana” capace di inchiodare un sistema, un’ideologia, una catena di complicità.

Non si tratta di fare i raffinati col senno di poi: in quei giorni c’erano guerra civile, vendetta, paura del caos. Il Clnai decide; i partigiani eseguono; il Paese vuole voltare pagina. Ma proprio qui sta il punto: voltare pagina senza leggerla fino in fondo ha un prezzo. Norimberga, pur accusata di essere “giustizia dei vincitori”, fece almeno una cosa decisiva: mise in scena la responsabilità, la documentò, la rese discutibile e quindi discutibile pubblicamente; fissò un “punto fermo” giuridico e morale. L’Italia, al contrario, si ritrovò con una fine teatrale e tragica e con un dopoguerra in cui la realpolitik – la stabilizzazione, la paura della propaganda, l’equilibrio internazionale – pesò più della chiarezza storica. Anche l’amnistia Togliatti del 1946, pensata per pacificare, finì per favorire una rimozione collettiva e una zona grigia lunga decenni.

Ora, quel vuoto non produce solo dispute da convegno. Ogni tanto riemerge come un riflesso condizionato: linguaggio di annientamento, nemici immaginari, nostalgia camuffata da battuta. Prendiamo il caso di Empoli: il finora sconosciuto Isacco Cantini, coordinatore locale di Fratelli d’Italia, commenta sui social e scrive: “I soliti comunisti… prima o poi vi stermineremo anche in Italia”.

Una frase che non è “colorita”: è la grammatica della violenza politica, la fantasia dell’eliminazione dell’altro, detta come se fosse un’iperbole da bar. Non a caso le reazioni sono state durissime e trasversali: dal sindaco Mantellassi, che ricorda empolesi davvero perseguitati e uccisi per le loro idee, fino alle richieste di dimissioni.

E poi arriva il copione successivo: l’hater. Scrive, spara, minaccia. Poi, quando vede la malaparata, ritrattazione. Cantini si scusa: definisce le parole “gravi, inopportune e sbagliate” e sostiene che la frase è stata scritta “con leggerezza e rabbia”, che non intendeva “evocare scenari di violenza reale”. E qui il pensiero va dritto ai Blues Brothers: la catena di scuse sempre più grottesche – funerale, terremoto, cavallette – per coprire l’unica verità semplice: hai fatto una cosa sbagliata e ora cerchi un alibi narrativo.

Il problema, però, non è solo l’episodio. È il quadro mentale che lo rende possibile. Perché ce l’avete coi “comunisti”? Dove li vedete? Il comunismo come forza di massa in Italia è finito da un pezzo; oggi al massimo esiste il pensiero critico, che non è proprietà privata né della sinistra né della destra: è il diritto (e il dovere) di discutere senza invocare repressioni, stermini, “liste”. È libertà costituzionale. Quando un politico locale rispolvera il fantasma del “comunista” sta spesso parlando a un pubblico che ha bisogno di un bersaglio, non di un’analisi.

E qui entra un’altra osservazione: la presunta “sudditanza culturale” verso la sinistra. Sì, è un alibi ricorrente: “non ci lasciano spazio”, “ci demonizzano”, “ci etichettano”. Ma se vuoi emanciparti culturalmente non lo fai minacciando stermini su Facebook. Lo fai producendo pensiero, classe dirigente, linguaggio civile. E – paradosso che fa ancora più male – a destra gli intellettuali ci sono eccome. Anche critici verso Meloni e verso il suo mondo.

Marcello Veneziani, per esempio, ha attaccato l’operato del governo con parole che, dette da uno “di area”, pesano doppio: ha parlato di esecutivo “mediocre”, di “vaghi annunci” e “tanta fuffa”. Non è la mia tesi, è una voce interna al perimetro conservatore che segnala: attenzione, così non state costruendo nulla, state solo gestendo simboli. E Ernesto Galli della Loggia – storico tutt’altro che arruolabile nella caricatura “di sinistra” – commentando le polemiche sulle Fosse Ardeatine ha detto una cosa che andrebbe scolpita in ogni sede politica: “La destra… ora al governo vive rivalsa e estraneità storica”. Rivalsa: cioè risentimento. Estraneità storica: cioè incapacità di abitare fino in fondo la memoria repubblicana senza sentirsi “ospiti” che vogliono rifarsi.

E allora la domanda diventa imbarazzante, ma necessaria: se hai Veneziani, se hai Galli della Loggia, se hai una tradizione conservatrice e liberale capace di pensiero perché lasci che a rappresentarti siano i Cantini di turno con la minaccia in tasca e la scusa pronta? Perché è più facile il ringhio che lo studio. È più facile la parola assoluta (“sterminio”) che l’argomento. È più facile l’identità fondata sul nemico che l’identità fondata su una cultura politica.

Qui si chiude il cerchio con Mussolini e con il processo mancato. L’ombra lunga del fascismo non si allontana semplicemente dichiarandosi antifascisti o invocando nostalgie storiche: si allontana rendendo impossibile – culturalmente, moralmente, politicamente – che il linguaggio dell’annientamento torni presentabile. E questo vale per tutti: per la destra quando strizza l’occhio alle frange neofasciste e poi finge sorpresa; per la sinistra quando usa la storia come manganello retorico invece che come responsabilità; per noi cittadini quando normalizziamo l’odio come intrattenimento. Il resto è desolazione, sì. E la desolazione ha sempre la stessa colonna sonora: prima lo sparo della frase, poi il balletto delle giustificazioni. Funerale. Terremoto. Cavallette. Ma la democrazia non è un film: è memoria, linguaggio, limite. E chi gioca con la parola “sterminio” – anche “solo per rabbia” – sta dicendo più di quanto creda su ciò che quella destra fascista (o fascistoide, o semplicemente incivile) è pronta a offrire quando le si lascia campo libero: non cultura, non progetto, non pensiero. Solo nemici. E scuse.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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