L’immunoterapia contro il tumore del polmone a piccole cellule

Nel tumore al polmone a piccole cellule (SCLC o microcitoma), il meno diffuso ma il più difficile da curare, la chemioterapia è stata per decennti lo standard di cura. Ora anche in Italia, grazie all’approvazione da parte di AIFA dell’immunoterapico durvalumab, le persone affette da microcitoma potranno avere una possibilità di trattamento in più capace di migliorare sensibilmente la sopravvivenza. In combinazione con la chemioterapia, durvalumab si è dimostrato utile nel triplicare la sopravvivenza. Un paziente su 5 è vivo a 3 anni dalla diagnosi.

Ogni anno, in Italia, sono circa 40 mila le nuove diagnosi di tumore al polmone. Di queste, 6 mila appartengono alla categoria dei tumori del polmone a piccole cellule. A differenza delle neoplasie NSCLC (non a piccole cellule), dove negli ultimi anni grazie all’immunoterapia si è riusciti a curare con sempre maggiore successo un numero crescente di malati, quello a piccole cellule rimane ancora un tumore particolarmente aggressivo e difficile da affrontare.

Sino ad oggi il trattamento standard delle persone con microcitoma si è sempre basato sull’utilizzo della sola chemioterapia. «Pochissimi pazienti con microcitoma polmonare -spiega Andrea Ardizzoni, Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Bologna e Direttore dell’Oncologia Medica dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico Sant’Orsola Malpighi- sono candidati al trattamento chirurgico, perché questa neoplasia progredisce molto rapidamente e, nella maggior parte dei casi, è già in stadio metastatico al momento della diagnosi. La durata del beneficio offerto dalla chemioterapia standard di solito è breve». Ecco perché identificare nuove terapie è di fondamentale importanza nella cura di questo tumore.

Come accaduto per il tumore del polmone non a piccole cellule, anche per il microcitoma l’immunoterapia si è dimostratra l’unica arma -quando combinata alla chemioterapia- capace di migliorare significativamente la sopravvivenza alla malattia. A “certificare” la bontà di questo approccio ci ha pensato lo studio internazionale di fase 3 CASPIAN che ha coinvolto circa 800 pazienti con microcitoma del polmone in stadio esteso, arruolati in oltre 200 centri di 23 Paesi. I risultati, presentati nel 2020, hanno mostrato che l’associazione di durvalumab e etoposide con cisplatino o carboplatino non solo ha ridotto del 29% il rischio di morte ma è stata in grado di triplicare la probabilità di sopravvivenza a 3 anni rispetto alla sola chemioterapia. In particolare, il 17,6% dei pazienti trattati con durvalumab più chemioterapia era vivo a tre anni, rispetto al 5,8% con la sola chemioterapia. «Si tratta di un dato significativo, perché quasi una persona su 5 può ottenere un controllo della malattia a lungo termine, mantenendo inalterata la qualità di vita» spiega Ardizzoni.

Ora finalmente, a due anni di distanza dalla presentazione dei dati, AIFA ha approvato la rimborsabilità del farmaco. «L’autorizzazione -spiega Lorenza Landi, Responsabile UOSD Sperimentazioni Cliniche: Fase 1 e Medicina di Precisione, Istituto Tumori Regina Elena, IRCCS, Roma- rappresenta un’ottima notizia per i pazienti e i clinici che hanno a disposizione una nuova arma per migliorare la sopravvivenza a lungo termine. Ciò che cambia è anche la strategia generale di gestione della malattia perché in base allo schema tradizionale, dopo i 6 cicli di chemioterapia il paziente restava in follow up per poi riprendere il trattamento chemioterapico in caso di recidiva. Il nuovo protocollo invece non prevede più sospensioni: terminata la chemio-immunoterapia, si prosegue con la terapia di mantenimento con l’immunoterapia. La continuazione delle cure rassicura il paziente anche dal punto di vista psicologico. La programmazione terapeutica nel microcitoma polmonare deve essere estremamente precisa. La scelta migliore è rappresentata dalla combinazione dell’immunoterapia con la chemioterapia in prima linea. Solo così possiamo prolungare la sopravvivenza».

A circa due terzi dei pazienti con microcitoma polmonare viene diagnosticata una malattia in stadio esteso, in cui il tumore si è diffuso al di fuori del polmone, sviluppando metastasi in altri organi. «La capacità di riconoscere segni e sintomi e poter così diagnosticare e iniziare una terapia adeguata sono fondamentali per un avvio rapido delle cure, per ottenere una riduzione delle dimensioni del tumore, controllarne la crescita e, di conseguenza, aumentare l’aspettativa di vita –sottolinea Silvia Novello, Presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e Responsabile Oncologia Polmonare all’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano-. La difficoltà nel riconoscere i segnali del microcitoma può allungare i tempi tra la comparsa dei primi sintomi, il contatto con il medico di famiglia e lo specialista e, quindi, la diagnosi. Questa neoplasia finora ha ricevuto meno attenzione rispetto ad altre, anche a causa dello stigma sociale, riconducibile alla storia di tabagismo nella maggioranza dei pazienti, per cui sono sicuramente sollevata nel sapere che oggi possano beneficiare di una ulteriore opzione terapeutica. È quindi ora importante, da un lato, sensibilizzare gli specialisti sull’importanza della diagnosi tempestiva, continuando a promuovere corretti stili di vita, dall’altro, informare i pazienti sui fattori e comportamenti che possono influenzare l’andamento delle terapie, compresa l’abitudine tabagica, che continua ad avere un impatto anche sulle cure e la loro tollerabilità e va pertanto contrastata anche a diagnosi avvenuta».

radionoff
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