Il Giappone si trova ad affrontare una sfida importante per il suo peculiare modello di contenimento dell’epidemia Covid-19. La crescita, infatti, dei nuovi contagi potrebbe metterlo in difficoltà, come è accaduto ad aprile, quando l’allora primo ministro Shinzo Abe fu costretto a proclamare un mese circa di stato d’emergenza nazionale. Oggi la città di Tokyo, il focus più importante della nuova ondata, ha raggiunto il suo nuovo record: 888 casi rilevati. L’intero Giappone ha registrato, inoltre, 3.693 contagi in un giorno, anche questo un record, e 30 morti. Sono numeri che ancora non hanno convinto il governo a imporre un nuovo stato d’emergenza, ma che comunque creano una certa ansia e potrebbero portare a questa scelta. Il Giappone è riuscito a contenere piuttosto bene, finora, la pandemia. I numeri, in questo senso, parlano chiaro: con una popolazione di circa 126 milioni di abitanti, ha finora registrato 211.391 contagi accertati e 3.099 decessi (13 dei quali legati alla nave da crociera Diamond Princess). Siamo ben lontani dagli oltre 70mila morti registrati in Italia con meno della metà della popolazione e una struttura demografica abbastanza simile. Ci sono stati studiosi e commentatori che hanno individuato in una specificità etno-culturale nipponica il motivo di questo relativo successo. Lo stesso ministro delle Finanze nipponico Taro Aso, ha parlato di “mindo”, carattere nazionale, in un’improvvida dichiarazione, che ha provocato diverse proteste e qualche ironia nel paese. Può darsi che le abitudini giapponesi abbiano avuto un ruolo finora nel contenimento della circolazione del virus. Ma, se si osserva l’andamento della risposta giapponese alla pandemia, non può sfuggire il fatto che Tokyo abbia messo in campo alcune strategie peculiari, tra le quali spicca il “tracciamento retrospettivo” incentrato sui cluster infettivi. Il Giappone, va detto in premessa, è stato tempestivo. Il primo caso di contagio da Covid-19, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità nipponico, è stato accertato il 16 gennaio da un medico di base che ha avuto il sospetto di un contagio e, a sua discrezione, ha condotto il test risultato positivo. Questo grazie al fatto che in Giappone – come in altri paesi avanzati, ma non in tutti – c’è una relativa facilità d’accesso alle cure mediche. Inoltre, come ha spiegato il governo di Tokyo, in vista delle Olimpiadi (poi rimandate al prossimo anno) era stato rafforzato il sistema di sorveglianza e comunicazione delle malattie infettive. Questa rapida rilevazione del virus, che studi seguenti hanno confermato essere all’epoca già ampiamente presente in diversi paesi senza che fosse stato individuato, ha consentito un’avvio abbastanza rapido degli studi da parte degli epidemiologi e dei virologi giapponesi. Gli studiosi hanno accertato – osservando l’andamento del contagio in Cina e poi altrove – che l’80 per cento delle persone infettate, al di là della presenza o meno di sintomi, non contagiano a loro volta e che solo alcuni individui sono superdiffusori, in grado cioè di infettare più persone. L’osservazione, così, ha chiarito agli studiosi nipponici che bisognava concentrarsi sui cluster che si vengono a creare, piuttosto che sui singoli contagiati, per ridurre considerevolmente la possibilità di diffusione del virus. Questo fatto è stato combinato con un’altra osservazione, altrettanto importante: rispetto al precedente della Sars, in cui il picco dell’infettività si aveva quando si presentavano sintomi gravi, nel caso del Covid il picco si ha durante il periodo dell’incubazione del virus e continua, in discesa, al manifestarsi eventuale dei sintomi iniziali. Quindi, quando è fondamentale individuare gli infettivi presto, perché potrebbero allungare ancora la catena dei contagi. Fatte queste considerazioni, gli studiosi giapponesi hanno ritenuto inefficiente il sistema di contact-tracing prospettico che viene adottato nella maggior parte dei paesi. In questo, infatti, la persona su cui viene accertata la positività al tampone è trattata come un possibile diffusore e quindi si vanno a scandagliare i suoi contatti. Nel caso, invece, del contact tracing retrospettivo, il focus è sull’origine di un cluster infettivo: se si verificano in un contesto più contagi, allora si va a risalire da dove è iniziato. La caccia grossa è insomma ai superdiffusori, per interrompere la catena infettiva al più presto. Come spesso hanno detto gli studiosi nipponici: mentre in Occidente si osservano gli alberi, loro si concentrano sulla foresta. Come avviene questa opera complicata di spegnimento degli incendi infettivi prima che dilaghino? Il contact tracing retrospettivo in Giappone veniva effettuato per fermare la tubercolosi. Esisteva insomma già una rete. Le prefetture e le metropoli controllano 469 centri di sanità pubblica, presso i quali ci sono 28mila funzionari (tra cui 8.327 infermieri) abilitati per effettuare questo lavoro di contact tracing retrospettivo sui casi di tubercolosi. Queste risorse sono state impegnate – secondo quanto ha spiegato recentemente il professor Hiroshi Oshitani, virologo dell’Università del Tohoku e componente della commissione tecnica che affianca il governo – anche nella lotta ai cluster. L’opera di tracciamento sui cluster, ha anche consentito agli studiosi di definire quali sono le caratteristiche comuni tra loro. E così è stata individuato il concetto di “san-mitsu”, che è la lettura giapponese dei caratteri che traduciamo come “3” e “denso, affollato “. Tra l’altro “mitsu” è diventato anche il carattere dell’anno che indica il 2020. I “san-mitsu” sono: 1) “mippei”, cioè gli spazi chiusi e non areati; 2) “misshu”, cioè gli spazi affollati, e 3) “missetsu”, cioè i contatti ravvicinati tra le persone. In inglese questo trittico è stato reso come le “3C” (closed spaces, crowded places, close contact settings). Gli esperti hanno chiesto di evitare queste tre situazioni e lo slogan dei “san-mitsu” è diventato un vero mantra. Quando, poi, la situazione non è stata più gestibile solo con questi strumenti, il governo ha imposto lo stato d’emergenza (chiedendo, ma non imponendo, alle persone di stare il più possibile in casa e di interrompere l’80 per cento dei loro contatti, secondo il moello sviluppato dal famoso professor Hiroshi Sugiura dell’Università di Hokkaido). Alle autorità giapponesi – che hanno comunque commesso anche diversi errori, secondo i critici, a partire da quello di sostenere un programma a favore del turismo conosciuto come “Go to travel”, ora interrotto – è tuttavia chiaro che questo sistema funziona nella misura in cui il numero dei cluster resta controllabile, gestibile. I problemi ci sono stati, come la distribuzione scarsa delle mascherine a inizio epidemia, e c’è una questione importante di disponibilità di posti letto nelle terapie intensive ancora. Inoltre il Giappone sembra aver finora poco investito sulla diagnostica: si fanno pochi test. Tuttavia la strategia giapponese ha consentito al paese di affrontare un anno di epidemia senza mai dover mettere in campo lockdown duri. Tokyo continua a investire nella ricerca sua sul comportamento del virus, delle condizioni di propagazione e sulla cura, anche usando la sua potenza di fuoco tecnologica. Per esempio, il supercomputer Fugaku dell’Istituto RIKEN e della Fujitsu, che a giugno è stato certificato come il più veloce al mondo ed è ancora in fase sperimentale, è stato messo al servizio della lotta al Covid. Ha fornito informazioni sul tema della distribuzione delle goccioline di saliva, che sono considerate un potente vettore infettivo, e sta contribuendo a una ricerca su quali possano essere i farmaci più efficaci contro il coronavirus.

