La strada è una porzione di umanità e una porzione di suolo

di Peutinger

Tale affermazione di Friedrich Ratzel, uno dei maggiori geografi, considerato come il fondatore del ramo della scienza geografica che va sotto il nome di antropogeografia, cui bisognerebbe aggiungere “se letta in maniera adeguata”, ci suggerisce l’idea che un territorio possa costituire alla stregua di un vero e proprio archivio una ricca fonte di  documenti e testimonianze che ne permettano una ricostruzione appropriata attraverso un’attenta ricerca interdisciplinare.

Negli ultimi decenni a partire dagli studi di R. J. Buck e nell’ambito della viabilità romana, è stata posta alla ribalta degli studiosi una via particolare di collegamento tra l’antica Venusia e Grumentum, inserita ovviamente nella complessa rete viaria dell’Impero romano. Sono stati pubblicati numerosi studi di settore infarciti di notizie che coprono aree diversificate che vanno dalla geografia all’archeologia, dalla geomorfologia all’agronomia, il più delle volte ricadendo in sterili e ridondanti ripetizioni, perdendosi in pure e semplici fantasie disciplinari, voli pindarici con scarsità di validi reperti e manufatti archeologici.

È questo il caso della tanto decantata via Herculia in particolare nel suo ipotetico tracciato che collegava la Potentia romana con Grumentum. Molte le ipotesi, pochi i reperti trovati. Di  fronte all’abbondanza di siffatte miscellanee interdisciplinari ci siano permesse alcune divagazioni dettate dal semplice buon senso!

Sembra quasi un esempio lampante di come i Romani abbiano deciso di divertirsi un po’ con la costruzione delle strade Di solito l’immagine classica dell’ingegnere romano evoca precisione, ordine e ingegnosità. Ci si chiede se forse quel giorno il progettista avesse bevuto un po’ troppo vino o magari volesse semplicemente fare una scommessa: “Vediamo se riusciamo a costruire una strada che attraversi ogni singolo ostacolo geologico esistente. Come? Sì, sì, includiamo pure le frane, i pantani e le pendenze impossibili”.

Iniziamo dall’idea brillante di far passare questa via per terreni che, già all’epoca, non erano esattamente famosi per la loro stabilità. Accumuli di frane, sedimenti lacustri sciolti e depositi argillosi. Non si può dire che i Romani non fossero audaci! E poi, quale altro percorso ti offre la possibilità di ammirare paesaggi così vari e pericolosamente affascinanti? Da una parte hai ripide colline che sfidano la tua capacità di guidare un carro senza capovolgerti, dall’altra meravigliose zone paludose pronte a risucchiare le ruote nel fango. Probabilmente anche l’addetto alle pendenze ha avuto un bel da fare. I Romani, si sa, erano maestri nel costruire strade dritte e piane. Qui si passa allegramente da pendenze modeste a tratti dove è più facile scalare una montagna che cercare di tirare su un carro carico di anfore. E non pensate che ci sia stato un errore, no, no: è proprio tutto voluto. Che razza di costruzione seria sarebbe senza un po’ di brivido?

E che dire dei materiali utilizzati? Chiunque abbia mai avuto a che fare con lavori edili sa che ci vuole coerenza. nell’uso dei materiali: un po’ di sabbie ben addensate qui, conglomerati cementati là, rocce silicee e detriti basaltici sparsi un po’ dappertutto. Geniale. Ovviamente, non mancano i segmenti di strada che si perdono tra paleosuperfici erosionali e tracce di antiche frane. Perché costruire una strada diritta e semplice quando puoi farla serpeggiare attraverso ogni increspatura e crepaccio di un territorio irregolare come quello lucano? Come ci racconta la documentazione geologica si trattava di evitare scavi profondi o costosi lavori di consolidamento. Che spirito pratico! Meglio far camminare gli animali da soma su pendii scivolosi che investire in infrastrutture più stabili. Il tutto è coronato dalla strategia di attraversare le aree più “ospitali” della regione: terreni che, secondo il rapporto, sono noti per la loro “elevata energia del rilievo”. Quasi un percorso di sopravvivenza piuttosto strano rispetto alla maniera tipicamente romana di costruire strade percorribili ognitempo.

In sintonia con gli scarsi reperti venuti alla luce in questo tratto più meridionale della via Herculia, balza in mente l’idea d’ipotizzare non solo una strada ma una sfida, un rito di passaggio, un’esperienza di vita. Un percorso in cui ogni passo, ogni spinta del carro, ogni slittamento nel fango diventava quasi un trionfo dell’ingegno e dello spirito umano. E dove trovarne una spiegazione più idonea, se non nell’audacia costruttiva o quanto meno creativa insita nel celebre acronimo S.P.Q.R.?