Il prezzo del petrolio a ribasso, la transizione energetica tra le cause

Il petrolio non ce la fa e buca l’importante supporto degli 80 dollari, subendo pressioni ribassiste, nonostante la conferma di un razionamento dell’offerta. La fase di rallentamento dell’economia globale, soprattutto in Cina, e l’effetto dei cambiamenti climatici, che si traducono in temperature insolitamente elevate per la stagione invernale, stanno pesando più delle prospettive di un ridimensionamento dell’offerta dai Paesi Opec Plus, la formulazione allargata del cartello che include anche la Russia. Il contratto future sul Light crude, la qualità di greggio nordamericano, è scovolato al di sotto della soglia critica degli 80 dollari. Il prezzo stamattina sul mercato del Nymex è sceso a 79,48 dollari al barile, in ribasso dell’1,66%, dopo aver tentato la scalata a inizio settimana, sulla conferma di un razionamento dell’offerta dell’Opec. Il greggio ha così completamente azzerato il premio di guerra conquistato allo scoppio del conflitto fra Israele ed Hamas, quando aveva toccato i 95 dollari, per riportarsi sui minimi dell’estate. La performance dell’ultima settimana fa segnare un -6% dopo il -11% riportato ad ottobre. Parallelamente il Brent scambia a 83,95 dollari/b, in ribasso dell’1,43% rispetto alla vigilia e vicinissimo ai minimi dall’estate, dopo aver raggiunto un massimo a 98 dollari in concomitanza con lo scoppio del conflitto a Gaza.

L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, ha fatto sapere domenica che manterrà il taglio volontario di produzione di 1 milione di baili al giorno sino alla fine dell’anno. Lo ha precisato un portavoce del Ministro dell’energia saudita con una nota, ribadendo che a fine anno la produzione di greggio dell’Arabia sarà di 9 milioni di barili al giorno. “Questo ulteriore taglio volontario rafforza gli sforzi precauzionali compiuti dai paesi dell’OPEC+ con l’obiettivo di sostenere la stabilità e l’equilibrio dei mercati petroliferi”, ha affermato la fonte nella nota. “Il nuovo taglio sarà rivisto il mese prossimo per prendere in considerazione la sua estensione, l’approfondimento o l’aumento della produzione” – ha ricordato la fonte – e “va ad aggiungersi al taglio volontario precedentemente annunciato da aprile 2023 fino alla fine di dicembre 2024”, andando a “rafforzare gli sforzi precauzionali compiuti dall’OPEC Plus per sostenere la stabilità e l’equilibrio dei mercati petroliferi”. Anche la Russia ha confermato con una nota ufficiale la volontà di rinnovare i tagli alla produzione, che in questo caso ammontano a 300mila barili al giorno fino a fine dicembre, ma sulle decisioni c’è anche la complicata questione delle sanzioni imposte dall’Occidente, che di fatto ne limitano l’export.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) il mese scorso ha tagliato le previsioni di crescita della domanda mondiale di greggio per il 2024, tenendo in considerazione il peggioramento delle previsioni di crescita dell’economia. L’AIE stima ora stima ora una crescita della domanda di 880mila barili nel 2024, anziché 1 milione precedentemente indicato, anche in considerazione del rallentamento dei consumi indotto dalle misure di efficienza energetica e dall’uso maggiore dei veicoli elettrici.

Gli esperti vedono ora maggiori pressioni sul prezzo del greggio, con un premio di guerra si è pressoché azzerato, e guardano con interesse ai dati dell’inflazione cinese in uscita questa settimana. Dati negativi potrebbero infatti esercitare ulteriori pressioni sul mercato petrolifero. Sebbene le importazioni di petrolio e la domanda di carburante della Cina siano rimaste robuste quest’anno, anche le scorte sono aumentate e questo potrebbe stimolare un calo delle importazioni di petrolio nei prossimi mesi.

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