Il boomerang dei divieti

Vietare per silenziare un messaggio non funziona quasi mai e, anzi, innesca spesso l’effetto Streisand: più si prova a nascondere qualcosa, più lo si rende visibile e memorabile. Il termine, coniato nel 2003 dopo il tentativo della cantante Barbra Streisand di far rimuovere da internet la foto della sua villa (tentativo che fece impennare le visualizzazioni di quell’immagine) è ormai un classico degli studi sulla comunicazione e sulla censura.

Lo ha dimostrato in questi giorni Putignano, in provincia di Bari. Alla vigilia della quarta tappa del Giro d’Italia la polizia ha bussato al sesto piano di un condominio per «invitare» i proprietari a togliere dal balcone la bandiera palestinese che sarebbe finita nelle inquadrature televisive. I residenti, colti di sorpresa, hanno ripiegato il vessillo; sui social la figlia ha denunciato l’accaduto parlando di violazione della libertà d’espressione. Nel giro di poche ore la storia è rimbalzata sulle testate nazionali, suscitando interrogazioni parlamentari e una valanga di commenti indignati.

Il risultato immediato del divieto? Nella stessa tappa, lungo il rettilineo d’arrivo di Lecce, Amnesty International, collettivi studenteschi e semplici cittadini hanno sventolato decine di bandiere palestinesi, accompagnate da striscioni a favore di Gaza. Quelle immagini – molto più colorate e numerose del singolo drappo “censurato” – sono finite nei notiziari e nei feed social di tutto il Paese, amplificando esattamente il messaggio che si voleva oscurare.

Il caso mette in luce la logica controproducente dei divieti simbolici. Quando un’istituzione impone di rimuovere un segno identitario o politico legittima la narrazione di chi denuncia la repressione, mobilita reti di solidarietà e fornisce ai media una storia di conflitto perfetta: «piccolo» cittadino contro «grande» potere. Sui social network, dove il capitale emotivo vale più di quello economico, questa dinamica produce un’esposizione esponenziale che nessuna campagna tradizionale saprebbe garantire.

L’effetto Streisand non è un accidente isolato: dai documenti trapelati di WikiLeaks alle proiezioni universitarie del documentario sul premier indiano Modi bandito dal governo ogni tentativo di oscuramento ha generato ondate di condivisioni virali. Studi di media law e sociologia della comunicazione mostrano come la proibizione, oltre a fallire sul piano pratico, corrode la credibilità dell’autorità che la impone: se il messaggio era innocuo, appare ora eroico; se era controverso, acquista l’aura della verità negata.

C’è anche un dato politico: lo Stato di diritto non si misura solo dall’enunciazione delle libertà, ma dalla capacità di tollerare forme di dissenso pacifico. In Italia l’articolo 21 della Costituzione tutela la libera manifestazione del pensiero; compromettere quel principio per ragioni d’immagine televisiva significa mandare un segnale pericoloso su quali opinioni siano “ammesse” nello spazio pubblico.

La vicenda di Putignano conferma dunque una lezione antica: vietare non elimina un simbolo, lo moltiplica. In un’epoca di reti orizzontali l’unica strategia davvero efficace per ridurre la visibilità di un messaggio sgradito è ignorarlo – o, meglio ancora, confrontarsi nel merito. Ogni altra scorciatoia si trasforma in un megafono involontario.