Una settimana prima delle elezioni europee del 2019, davanti al Duomo di Milano si tenne una partecipata manifestazione dell’estrema destra europea, organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Oltre a Salvini stesso c’erano diversi leader di partiti di destra radicale da tutta Europa. A un certo punto prese la parola Joerg Meuthen, fra i volti più noti di Alternative für Deutschland, il principale partito tedesco di estrema destra. Meuthen fece un intervento molto apprezzato (minuto 28.45), annunciando la formazione di un nuovo gruppo politico al Parlamento Europeo che avrebbe difeso l’Europa come una «fortezza» dall’assalto dei migranti e che avrebbe avuto l’obiettivo di «sbattere fuori dai Parlamenti» i «burocrati arroganti» che formavano la classe dirigente europea, di cui fece anche i nomi: Emmanuel Macron, Mario Draghi, Angela Merkel, Jean-Claude Juncker. Il pubblico gradì molto l’elenco e lo accompagnò con dei sonori fischi. La prima persona a cui Meuthen strinse la mano scendendo dal podio dopo il suo intervento fu un giovane europarlamentare leghista, Marco Zanni. Proprio Meuthen e Zanni nei mesi successivi sono diventati rispettivamente capogruppo e vicecapogruppo del gruppo sovranista al Parlamento Europeo, Identità e Democrazia: e sempre Meuthen e Zanni negli ultimi giorni sono stati al centro di una polemica condotta sui giornali che secondo alcuni è il segnale di problemi più ampi all’interno del gruppo, e di una possibile spaccatura. Pochi giorni fa Meuthen aveva commentato con disprezzo la notizia che l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi stava per diventare il nuovo presidente del Consiglio italiano. «È un brutto scherzo», aveva detto parlando alla stampa. In difesa di Draghi è intervenuto con un altro comunicato stampa un alleato piuttosto improbabile, almeno fino a poco tempo prima: il suo collega Marco Zanni. «Se qualcuno all’estero critica il professor Draghi per aver difeso l’economia, il lavoro e la pace sociale europea, quindi anche italiana, e non solo gli interessi tedeschi, questa per noi non sarebbe un’accusa, ma un titolo di merito», ha concluso Zanni.

