Sotto i minareti spezzati e le travi di cemento che odorano di zolfo i piccoli sandali rosa giacciono accanto a un quaderno di aritmetica macchiato di sangue. Il rombo dei caccia, la sirena che non avverte più nessuno, l’urlo dei genitori che scavano a mani nude: questa è la ninnananna che Israele impone ai bambini di Gaza. Non è un lampo di guerra, è un diluvio metodico; non è «danno collaterale», è un’offensiva chirurgica contro i fragili, i senza voce, i già esiliati da ogni geografia del diritto.
Secondo il ministero della Sanità di Gaza, confermato dalle agenzie internazionali, al 30 aprile 2025 i morti superano quota 52.000. La maggioranza sono civili e tra loro migliaia di minori. Cinquantaduemila vite falciate significano cinquantaduemila assenze a tavola, cinquantaduemila sedie vuote a scuola, cinquantaduemila futuri bruciati perché un governo, armato e protetto, ha scelto la via dell’annientamento invece del diritto.
La fame completa l’opera. Dal 2 marzo nessun convoglio umanitario è entrato nella Striscia, la più lunga sospensione di aiuti dall’inizio della guerra. Unicef avverte che la carenza di acqua potabile, cibo e medicinali spingerà un’intera generazione verso la malnutrizione irreversibile e le infezioni prevenibili. Lo stomaco che brontola è una bomba a orologeria lenta, ma più letale del fosforo bianco: trasforma ogni giorno in un campo di sterminio a cielo aperto.
E mentre i camici degli infermieri ingialliscono di sabbia e sudore i numeri dell’infanzia martoriata crescono con la brutalità di un contachilometri impazzito. Nei soli primi sette giorni del 2025, almeno 74 bambini sono stati uccisi in bombardamenti su case, scuole, persino in quella che Israele aveva designato «zona sicura» ad al-Mawasi. A ogni piccola bara bianca corrisponde una promessa tradita dall’arroganza di chi confonde difesa con sterminio.
Non è retorica gridare al genocidio quando lo stesso termine campeggia nelle aule della giustizia internazionale. Davanti alla Corte Internazionale di Giustizia il Sudafrica ha accusato Israele di violare la Convenzione del 1948; il procedimento, aggiornato il 3 aprile 2025, chiama in causa l’essenza stessa dell’ordine mondiale nato dopo l’Olocausto. Se le parole «Mai più» hanno un senso devono valere anche per chi oggi brandisce la memoria come scudo d’impunità.
Gli attacchi non risparmiano nulla: ospedali ridotti a ossari, campi profughi incendiati, scuole prese di mira. La scorsa settimana un bombardamento ha trasformato un edificio scolastico di Gaza City, che ospitava sfollati, in una fornace; tra i corpi carbonizzati c’era un neonato. Chi lancia quei missili sa esattamente dove colpiranno: le coordinate sono fornite dall’intelligence, i droni ritrasmettono le immagini in tempo reale. È premeditazione, non errore.
Nel frattempo il mondo occidentale balbetta. La richiesta, venuta dalla Mezzaluna Rossa, di sanzioni mirate e di un embargo alle armi resta lettera morta. L’Europa discute di «pause umanitarie», gli Stati Uniti forniscono bombe a guida laser. L’ipocrisia è un alleato silenzioso ma potente: maschera il massacro dietro il lessico della diplomazia, mentre i camion degli aiuti restano inchiodati al valico di Rafah.
Qualcuno dirà che criticare Israele equivale a delegittimarne l’esistenza: sofismo tossico. È proprio per difendere l’idea di sicurezza, di tutti, israeliani inclusi, che bisogna denunciare il crimine quando diventa regime. Ogni missile che rade al suolo un quartiere di Gaza costruisce un domani fatto solo di rancore e violenza. Condannare questa strategia di terrore è l’unico gesto che tenga viva la possibilità di una pace reale, fondata su pari dignità e non sulla supremazia militare.
Se la comunità internazionale non agirà con la stessa veemenza con cui emette dichiarazioni sarà complice. Ciò che si consuma a Gaza non è una guerra: è l’erosione sistematica del diritto alla vita di un intero popolo. Il tribunale della storia è già convocato e il verdetto pesa sulle nostre coscienze. Fino a quando resteremo inerti i sandali rosa continueranno a coprirsi di polvere e le piccole mani non impareranno mai a contare, se non le sirene che annunciano la prossima bomba.
Il tempo per l’indignazione sterile è scaduto: è l’ora della giustizia, delle sanzioni, dell’embargo alle armi, della protezione immediata dei civili, del processo a chi ordina e a chi esegue. O lo faremo adesso o le rovine di Gaza saranno il nostro specchio, la misura precisa della nostra bancarotta morale.

