Energia. Summa: «Assenza di una visione strategica a medio lungo termine»

“Trovo sconfortanti e alquanto superficiali le modalità con cui  si stanno affrontando, nella nostra regione,  i temi del caro  energia e della transizione energetica. La mancanza di una  strategia e programmazione  a medio e lungo termine metterà  a serio rischio la tenuta dell’occupazione e il futuro del lavoro.  Una eccessiva attenzione e concentrazione su un provvedimento che ha molti limiti e che, se si analizzasse  nel merito e con i numeri alla mano senza lasciarsi trasportare  dall’euforia populistica, non sarà in grado  né di rispondere al bisogno delle famiglie che si trovano  in maggiore  difficoltà né di tracciare  alcuna  prospettiva di sviluppo per il futuro della nostra regione”. Lo afferma il segretario generale della Cgil Basilicata Angelo Summa.

“Si poteva garantire il gas gratis fino al 100 per cento della bolletta,  compresi gli oneri – continua – se si fosse rivolto lo sguardo ai lavoratori, pensionati e famiglie con redditi sotto i 35 mila euro. Invece è stata scelta la strada populista di concedere uno sconto della bolletta della gas di meno del 50 per cento  (40 euro al mese ) a tutti, indistintamente, compreso coloro  con redditi alti e senza alcuna difficoltà finanziaria. Su questo le forze politiche che si candidano a governare il paese dovrebbero esprimersi  con considerazioni di merito e non parlando per slogan populistici. A questo si aggiunga il tema dei temi:  tra dieci anni la Basilicata, così come il resto dell’Europa, dovrà uscire dal fossile e questo segnerà il futuro dello sviluppo della nostra regione. Il negoziato con Eni si doveva basare su queste prospettive non elemosinando qualche royalties  in più da sbandierare in campagna elettorale. Si sarebbero dovute obbligare le compagnie petrolifere (Eni, Total, Shell)  ad investire in Basilicata nelle rinnovabili, nelle filiere produttive energetiche di nuova generazione, a costruire centri di ricerca ad alto contenuto tecnologico,  considerato che la nostra regione oggi fornisce al Paese  il 9 per cento del fabbisogno energetico nazionale. Siamo di fronte a un rischio di recessione e di  crollo del nostro sistema produttivo, con aziende che non sono più nella condizione di poter produrre e salvaguardare i livelli occupazionali. In Basilicata – afferma Summa – sono mesi che stiamo chiedendo interventi strutturali a sostegno del nostro sistema industriale, a partire dall’indotto dell’automotive che rappresenta una quota significativa  del PIL regionale. Sono note a tutti le avviate procedure di ricorso agli ammortizzatori  sociali o di  licenziamento di  quest’ultimo periodo da parte delle imprese del  settore della logistica, così come è evidente che  la contrazione della produzione di Stellantis sta determinando  un blocco produttivo di fatto, nonostante l’ indotto di Melfi non è connesso alla produzione del motore a scoppio ma riguarda prioritariamente la produzione della componentistica. A Melfi abbiamo una capacità produttiva dello stabilimento che è sottoutilizzata. Stiamo assistendo, invece,  ad esodi  incentivati  con gli accordi volontari che stanno  determinando l’uscita dal mondo del lavoro di oltre  5 mila addetti nel paese e circa  1000  a Melfi che andranno ad ampliare la platea dei disoccupati. Quello che sta accadendo dovrebbe sollecitare tutte le forze politiche ad assumere posizioni coerenti e nette affinché Stellantis non continui a delocalizzare le produzioni. Siamo di fronte ad una dismissione industriale nel  Mezzogiorno proprio  a partire dall’area industriale di Melfi. E come argomentare sugli ingenti extraprofitti prodotti,  in questi mesi,  dalle  imprese che operano nei settori energetici  a partire proprio dalle compagnie petrolifere che estraggono in Basilicata? Qualcuno si è posto il problema di quantificare gli importi di tali surplus? Extraprofitti  che andrebbero tassati e ridistribuiti sui territori a beneficio della collettività. Invece – conclude  segretario si preferiscono i titoloni di giornali sul gas gratis, mentre la Basilicata e i suoi lavoratori rischiano il tracollo”.

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