La conversazione di oggi trae ispirazione dalla favola di Natale della scrittrice Marcella Nigro dal titolo “Un esserino piccino picciò “.
Il protagonista è Covid-19 che scopre di essere “diverso”.
Che collocazione trova oggi il “diverso” nella società? Che ruolo hanno le istituzioni?
Questi interrogativi conducono inesorabilmente a riflettere sulla vera natura umana che pare proprio essere maligna, che per sopravvivere necessita essere governata.
La riflessione continua spaziando dal concetto di democrazia a quello di dittatura, per giungere a parlare di noi italiani. Ascoltiamo quindi il dialogo tra il direttore editoriale Luigi Pistone e la scrittrice Marcella Nigro.
di Luigi Pistone
L’appuntamento scorso è stato dedicato completamente alla scrittrice Marcella Nigro, autrice di una fiaba dal titolo “Un essere piccino, picciò”, cioè il Covid-19. Di qui una domanda che nasce spontanea: quando un soggetto è inconsapevolmente un danno per gli altri cosa si fa? Esistono luoghi deputati a contenere ed eliminare tale male con cure mediche al fine di cercare di rendere il soggetto di nuovo integrabile nel contesto sociale secondo una certa linea di equilibrio. Cosa quasi sempre non sempre attuabile. Quando il soggetto, invece, è consapevolmente un male la società ha predisposto altri spazi di detenzione per un recupero funzionale dell’individuo per restituirlo alla società e quindi integrarlo in essa. Purtroppo tale principio ispiratore che vorrebbe un recupero dell’essere dedito a contravvenire alle leggi rendendolo membro sano nella società viene meno nella maggior parte dei casi e purtroppo per fattori contingenti, come la necessità di poter vivere dignitosamente in quanto lo Stato non riesce ad assicurare una vera giustizia sociale e il soggetto torna a delinquere. E non penso che sia il caso di scomodare la concezione lombrosiana, che non condivido affatto, perché il problema è di natura prettamente sociale. Altra precisazione, però, è necessaria. Accanto a determinati soggetti inconsapevoli di essere un male per la società e altri che lo sono per necessità vi sono uomini dediti a delinquere perché pensano che la ricchezza si ottenga solo contravvenendo alla legge volutamente per dedicarsi alla criminalità organizzata. Questa ultima “casta” citata risulta davvero irrecuperabile. È come se fosse proprio nel suo Dna la sopraffazione, l’assassinio, lo sfrutta memento della prostituzione, il raggiro, la truffa, lo strozzinaggio e altre forme condannate dall’ordinamento giuridico. In questo caso risulta valido il concetto di Hobbes secondo il quale il “suddito” deve sottostare per forza alla volontà del “sovrano” che potremmo definire oggi come “pensiero collettivo” e allo stesso tempo dimostrerebbe che il contravvenire alle regole di una maggioranza è il modo più semplice per vivere senza fare nulla ma solo dimostrare che con la violenza è possibile vivere nell’agiatezza alla faccia del concetto di “sudarsi” e conquistare l’esistenza. Di qui il concetto estremo della malvagità dell’essere che seppure minoritario dimostra che l’uomo può essere la peggiore specie vivente dotata d’intelligenza e quindi è giustissimo che venga punita adeguatamente con metodi correzionali e pene detentive che non possono esaurirsi in una manciata di anni. Come sosteneva Ippocrate, considerando la fattispecie che contraddistingue questo momento storico in cui la popolazione è alle prese con un male estremo, esso essendo estremo va combattuto con strumenti estremi nel nostro caso con un vaccino. Solo che per l’uomo non esiste un vaccino per renderlo soggetto attivo e partecipe della vita sociale secondo i canoni del non far male all’altro. È necessario che lo Stato consideri i suoi cittadini come figli e come una mamma dedicarsi soprattutto a chi ha più bisogno. Ma lo Stato da chi è composto? Da uomini… e come un circolo vizioso torniamo a un concetto ricorrente: non solo non è capace di governare secondo equità ma è vittima della sua stessa natura che è matrigna e figlia dell’egoismo, dell’opportunismo e dell’assoluta inesistenza della considerazione per i bisogni verso coloro che non hanno “santi in paradiso”. L’uomo accetta la coesistenza per necessità non per amore. Di qui la grande considerazione, ammirazione e “bonaria invidia” verso coloro che si prodigano per gli altri. E in questo progetto rientrano laici, atei, credenti e tanti altri ancora. In poche parole uomini e donne davvero buoni e pieni di amore. Cristo, personaggio storico, come Francesco d’Assisi, Ghandi e altri ancora sono un esempio da seguire per uno Stato giusto, rassicurante e amorevole verso i “propri figli”. Purtroppo non è così. Come sosteneva Socrate: «Più conosco gli altri, più amo il mio cane». Occorre una rivoluzione copernicana nell’essere umano che vedo di difficile attuazione. Un manipolo di uomini straricchi che decidono le sorti del mondo e una moltitudine di uomini che stenta a sopravvivere. Non vi è giustizia, non vi è amore nella stragrande maggioranza degli uomini ma egoismo e sfruttamento del suo simile. Mutuando le parole di Dante nel quinto canto dell’inferno dedicato all’amore di Paolo e Francesca stroncato da mano omicida: «Caina attende a chi vita ci spense!».
Confronto tra Hobbes e Locke
Pur non negando che gli uomini abbiano bisogno gli uni degli altri, Hobbes afferma che essi non hanno un istinto naturale che li porta alla benevolenza e alla concordia reciproca. Nega infatti che ci sia un amore naturale dell’uomo verso l’uomo. Da qui la sua convinzione che ogni associazione naturale non nasca dalla benevolenza o dall’amore verso gli altri ma dal bisogno reciproco o dall’ambizione. È il timore reciproco che fonda le più grandi e durature società. Le cause di questo timore sono due: l’uguaglianza degli uomini nello stato di natura per cui tutti hanno diritto su tutto e quindi ognuno può rivendicare l’uso esclusivo dei beni comuni; la reciproca volontà di danneggiarsi o l’antagonismo derivante dal contrasto d’opinioni e dalla mancanza del bene. Queste due cause fanno sì che lo stato di natura sia uno stato di guerra di tutti contro tutti (“bellum omnium contra omnes”) dove non esiste la distinzione tra giusto e sbagliato né esiste alcuna legge. Ognuno ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri. Questo diritto non è la legge di natura bensì un istinto naturale. Ma questo stato di guerra di tutti contro tutti porterebbe inevitabilmente all’autodistruzione della specie umana e anche la sola minaccia potenziale dello stato di guerra pone l’uomo al livello di un animale solitario caratterizzato dal timore. L’uomo però è fornito di ragione e la ragione naturale gli suggerisce la norma generale da cui discendono le leggi naturali del vivere civile, che proibiscono all’uomo di compiere azioni che recano distruzione della vita. Questo principio è alla base della legge di natura. Vi sono essenzialmente tre leggi naturali che impediscono all’uomo l’istintiva autodistruzione imponendogli una certa disciplina che apporti sicurezza e possibilità di occuparsi di attività che rendono migliore la sua vita. La prima, e più importante, è cercare e conseguire la pace poiché si ha la speranza di ottenerla e, se ciò non può essere ottenuto, cercare tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra (pax est quaerenda). La seconda è che l’uomo potrebbe rinunciare al diritto su tutto e tutti, a condizione che lo facciano tutti gli altri, accontentandosi di avere tanta libertà quanta egli ne riconosce agli altri. La terza, di conseguenza, consiste nello stare ai patti e nel mantenere la parola data (pacta sunt serbanda). Ciò che segna il passaggio dallo stato di natura a quello civile è la stipulazione del “contratto” con il quale gli uomini rinunciano ai loro diritti naturali. Solo se ciascun uomo sottomette la sua volontà a un unico organo (persona o assemblea) obbligandosi a non opporgli resistenza, si ha una solida difesa della pace e dei patti di reciprocità in cui essa consiste. L’organismo nato in questi termini, prende il nome di “Stato” ed esso ingloba in sé la volontà di tutti. Colui che rappresenta quest’organismo è il “sovrano”, gli altri sono sudditi. Lo Stato è il “Dio mortale”, il “Leviatano”, a cui si deve la pace e la difesa.
In Locke è diversa la concezione dello “stato di natura” e di conseguenza quello di “Stato”, egli infatti fu uno dei primi e più convinti sostenitori della libertà dei cittadini. Secondo Locke esiste una legge di natura che è la ragione stessa, quella ragione di cui parlava anche Hobbes. Essa ha per oggetto i rapporti tra gli uomini e prescrive la reciprocità di questi rapporti. Questa reciprocità è connessa strettamente, come per Hobbes, all’uguaglianza originaria degli uomini. Locke riteneva che questa regola limitasse il diritto naturale di ciascuno con quello degli altri. È la ragione che insegna agli uomini la fondamentale uguaglianza cioè che nessuno deve danneggiare la vita degli altri. Nello stato di natura essa è la sola legge valida perciò la libertà degli uomini sta nel non sottostare ad alcuna volontà ma al solo rispetto della norma naturale. Il diritto naturale dell’uomo coincide con i seguenti tre diritti: diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà. La pace fra gli uomini nello stato di natura è per Locke concepibile ma precaria e, per evitare lo stato di guerra che si potrebbe generare se qualcuno ricorresse alla forza per ottenere il controllo sulla vita e sulle cose degli altri, gli uomini si pongono in società e abbandonano lo stato di natura. La formazione di uno Stato non toglie al singolo quei diritti che godeva allo stato di natura. Infatti gli uomini si organizzano in comunità proprio per conservare e tutelare questi diritti. Lo Stato, nato con questi precisi limiti, è diverso da quello concepito da Hobbes che è assoluto. Attraverso un generale consenso dei cittadini, si origina il potere civile che è scelto direttamente da loro ed è garanzia della propria libertà. Quindi la diversa concezione dello stato di natura fa sì che il contratto non dia origine a un potere assoluto, ed esso venga stipulato dai cittadini come atto di libertà, diretto a mantenere e garantire la libertà stessa. I poteri che in Hobbes erano indissolubilmente riuniti nel Leviatano, nello Stato di Locke sono divisi in: potere legislativo, esercitato da un’assemblea; potere esecutivo e potere federativo. Data la natura del contratto in Locke, i cittadini conservano il diritto di ribellarsi allo Stato quando questo diventa tiranno e trascende i limiti che gli sono stati imposti al momento della fondazione. In Locke la differenza tra re e tiranno sta nel fatto che il re fa delle leggi i limiti del suo potere e del bene pubblico il fine del suo governo, il tiranno invece subordina tutto alla sua volontà e ai suoi fini.
Buono o cattivo?
Se guardiamo alla storia lunga di Homo sapiens, la risposta pare scontata. Cattivo, anzi feroce. Sia in una prospettiva intraspecifica (nei confronti di individui della sua stessa specie) sia interspecifica (verso altri animali), l’essere umano ha messo in atto forme di violenza, di distruzione e di induzione di sofferenza che non hanno eguali. La diffusione di Homo sapiens ha portato all’estinzione le altre forme Homo e ha comportato la scomparsa, la sottomissione o il drastico confinamento di molte altre specie animali. La «cattiveria» dell’essere umano non è un prodotto di natura, ma nasce dall’uso mirato, a volte attentamente programmato alla violenza, delle abilità cognitive e culturali che gli hanno permesso di estendere le sue doti biologiche e che sono ugualmente responsabili delle attitudini positive, dalla creatività alla solidarietà. Il dibattito tra i sostenitori di una natura umana egoista e quelli della natura empatica e altruista è viziato nel suo fondamento: nelle lontane origini, nella costituzione genetica e nell’architettura cognitiva si ritrovano le potenzialità di entrambi gli atteggiamenti. Ma ciò che determina «cattiveria» e «bontà» dipende dall’organizzazione sociale e culturale di queste predisposizioni, oltreché dalle loro elaborazioni individuali (comunque sempre interne a uno o più ambienti sociali). È per questo che, pur in una storia complessiva di «cattiveria» e sopraffazione, non è difficile individuare gruppi che hanno praticato la solidarietà come norma sociale. L’etnografia ha permesso di documentare l’esistenza di società pacifiche e non violente nei confronti di altri gruppi umani. Molte società acquisitive (quelli chiamati un tempo cacciatori e raccoglitori) si sono caratterizzate per uno stile di vita estremamente rispettoso nei confronti di altri esseri viventi, restituendo ai posteri ambienti per nulla impoveriti da millenni di occupazione umana. Bontà e cattiveria quindi sono davanti a noi, non dietro, perché discendono da scelte individuali e collettive.

