Dante condanna il papato

Dante esprime tutto il proprio sdegno per la Chiesa della sua epoca e per l’atteggiamento del Papato e prepara e introduce questo momento con grande abilità. Finita ogni discussione teologica si ammira uno sfolgorio di luci e un tripudio di canti con i beati che sfavillano. A un tratto però la luce bianca comincia ad arrossare fino a diventare tutta vermiglia. I canti all’improvviso zittiscono e tutto intorno regna un silenzio solenne. Dalla fonte delle luce rossa ecco si diffonde una voce possente per i cieli, ogni parola è scandita sillaba per sillaba e ogni sillaba racchiude un’ira tremenda. Alla pronuncia di ogni sillaba la luce rossa dalla quale esce la voce si accende più forte e anche le altre fiamme si fanno più rosse e il cielo divampa di rosso cupo.
Ha osservato il Cosmo: «È la chiesa carnale che suscita l’ira e lo
sdegno della chiesa ideale, la terra che rivolta il cielo. E S. Pietro è l’interprete ideale di codesto sentimento. Nessuna immagine più ardita, nessuna espressione più arrischiata spaventa la coscienza di Dante; nemmeno il linguaggio degli eretici. Provata nel modo più luminoso la propria ortodossia, tutto egli può osare… Ora Roma, pullula di ogni sozzura, mercato di ogni brama, spelonca dove poche famiglie di nobili faziosi si contendono il primato spogliando gli altari, assassinando i pellegrini, scannandosi a vicenda, Roma non è che una cloaca di sangue puzzolente».
Ed è il Vicario di Cristo che l’ha ridotta a tale: «fatt’ha del cimitero mio cloaca I del sangue e della puzza…» Lo stato della Chiesa è tale che
Lucifero a vedere questa situazione si placa e gioisce. S. Pietro è portato dalla sua angoscia a contrapporre la Chiesa attuale a quella dei suoi tempi. Ma il presente è cosi umiliante che il ricordo dei tempi passati non riesce a lenire il suo dolore.
Ed è turbato di più da quella truffa alla fede del popolo cristiano che egli è costretto a consacrare con il suo nome. Una ultima speranza gli balena, che vi sia almeno un buon pastore del gregge cristiano. Ma anche quest’ultima speranza si deve spegnere davanti all’universalità del male, giacché ovunque si possono scorgere lupi rapaci in veste di pastori. Viene poi da ricordare gli esordi della chiesa e in un baleno tutta la sua storia gli passa nella mente ed egli esclama: «o buon principio I a che vil fine convien che tu caschi!». Ma Dio interverrà e porrà fine a quello scempio ed è tale la certezza che viene affidato al pellegrino l’infallibile annunzio: «E tu figliuol, che per lo mortal pondo I ancor giù tornerai, apri la bocca I e non nasconder quel ch’io non ascondo».

radionoff
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