Biancaneve dall’abisso gotico al risveglio cristiano

di Bruno Brundisini

La fiaba di Biancaneve nasce in tempi lontanissimi da alcune leggende della Germania, della Serbia, della Russia, che furono raccolte per la prima volta in due successive stesure dai fratelli Grimm, ricercatori e studiosi delle tradizioni popolari. La prima versione, del 1812, era assai diversa da quella che conosciamo, la seconda, del 1857. La fiaba, dal forte spirito gotico, all’inizio era molto crudele e macabra e non adatta a un pubblico infantile. Parlava infatti di una madre che vuol fare uccidere la figlia di sette anni per mangiarne il fegato e i polmoni. Il principe vede la ragazza adagiata in una bara di cristallo e se ne innamora in modo necrofilo. Poi il risveglio dalla mela avvelenata non ha nulla di romantico, infatti avviene non per un bacio, ma per i violenti scossoni sul cadavere dati dai servi, irritati dal dover sempre portare la bara ad ogni spostamento del principe. Successivamente la madre cattiva viene invitata al matrimonio e costretta ad indossare delle scarpe di ferro rovente, che le bruciano i piedi, e a ballare fino allo sfinimento e alla morte. In altri passaggi, la trama e alcune scene vennero via via addolcite, cambiando completamente i messaggi trasmessi. Comunque la tematica centrale è sempre il difficile rapporto madre-figlia, la cui ambivalenza viene espressa con molta chiarezza nella prima versione, ove è evidente il conflitto tra Biancaneve e la madre vera, non essendo stata ancora introdotta la figura della matrigna. Si voleva trasmettere il messaggio, comunque assai discutibile, per cui la madre non è solo cura ed amore, ma può diventare aggressività e cattiveria oltre ogni limite. Come vedremo, di seguito, l’introduzione della figura della matrigna al posto della mamma, che è morta, avviene in risposta alla difficoltà di raccontare ai bambini il tabù dell’infanticidio operato da un genitore. Inoltre la netta separazione tra madre buona e matrigna cattiva risponde alla necessità di introdurre uno schema semplice di scissione del bene dal male, adatto ad accogliere il pensiero infantile che è lineare e naive. Per questo motivo, a differenza di quanto avviene nel mondo degli adulti, ove nelle interazioni vige l’elaborazione della coscienza, nelle fiabe il bene e il male sono espressi a tinte nette e forti, senza passeggi intermedi e gradazioni di colori. I personaggi non hanno conflittualità interiori, pentimenti, ripensamenti, incertezze, non esiste il perdono. Questo perché il bene e il male non sono all’interno della coscienza, ma costituiscono il personaggio stesso, in una sorta di categorizzazione (la strega, la fata, il principe e via dicendo). Quindi, raccontare in uno stesso personaggio la componente buona e quella cattiva, avrebbe incontrato grosse difficoltà nella mente infantile. Anche da questo punto di vista la prima stesura non era adatta al bambino. Sempre in linea con questo principio stereotipato, la narrazione fiabesca è caratterizzata dall’azione diretta e non indugia in riflessioni morali o esistenziali. Essa è fonte di emozioni forti e il male non può che essere violento, aberrante, primitivo, grossolano. In realtà, all’interno di questa apparente semplicità, si nascondono le dinamiche assai complesse del processo di formazione dell’Io. La fiaba parla il linguaggio del bambino e non quello razionale dell’adulto e la sua funzione è mettere ordine nelle emozioni, dare di ciascuna un’immagine ben definita ed indirizzare il pensiero verso la razionalità. Infatti il bambino prova le stesse paure dell’adulto, il senso di abbandono, l’angoscia della morte, l’essere indifeso, ma non sa dare loro un nome, per cui si sente invaso  e soverchiato da esse. I personaggi stereotipati che animano il mondo fiabesco, con il loro simbolismo, lo aiutano a dare un ordine al caos emozionale e a stabilire quella distanza fra fantasia e realtà che permette lo sviluppo di una crescita equilibrata.  La rappresentazione di un mondo manicheo, con la netta rappresentazione di personaggi buoni e cattivi, senza ambiguità, è fondamentale nel condurre il bambino verso un ordine interiore e nel superare le paure. In questo senso, ad esempio, la paura astratta della morte si concretizza nella figura della strega.  Nel momento in cui le angosce si esprimono in identità concrete, esse possono essere combattute e sconfitte, cioè razionalizzate.

Tornando ai personaggi della fiaba di Biancaneve, vediamo come la regina ha una personalità fortemente narcisista che necessita di ammirazione e di continue conferme, per cui interroga in maniera ossessiva lo specchio magico. “Specchio, specchio servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?” ed ha sempre la solita risposta rassicurante “La più bella sei tu, o mia regina” finché un giorno cambia dicendo che più bella di lei è Biancaneve. Lo specchio è un simbolo molto forte del narcisismo, perché esprime la riflessione del sé in una forma di auto protezione dell’ego. Il narcisismo porta la regina a non accettare il diverso che configura il limite di quella parte di sé che non è dato conoscere. In questo senso Biancaneve rappresenta l’immagine idealizzata di sé che la personalità narcisista cerca come in uno specchio e non riesce a trovare, per cui le diventa ostile e va uccisa. Da questa sconfitta dell’ideale nasce la gran parte della violenza nel genere umano. Essa è di tipo pulsionale ed è qualcosa di crudele che si sviluppa con la costruzione di un mondo illusorio, quindi allucinato, in cui prevale il desiderio sulla realtà. È la costruzione di una scenografia del narcisismo e dell’invidia, la cui soluzione sta proprio nell’uscire dallo specchio per liberarsi da quel cortocircuito che configura l’esclusività.

Venendo a parlare del personaggio di Biancaneve, esso assume una dimensione da protagonista con l’entrata nel bosco, che esprime l’emancipazione dai vincoli familiari e l’ingresso in una realtà sconosciuta. Il bosco infatti rappresenta il luogo primitivo della nostra psiche, con tutte le sue emozioni, ove avviene l’incontro col sé primordiale. Esso è carico di insidie, di ombre e di zone buie, di animali selvaggi, ma anche di paesaggi luminosi, di uccelli cinguettanti e di figure accoglienti. La regina incarica il cacciatore di condurre la ragazza nel bosco per ucciderla e di portale come prova il cuore. L’uomo invece, contravvenendo agli ordini, decide di non farlo e di lasciare la fanciulla alle insidie di quel luogo, convinto che verrà facilmente sbranata e porta alla sua padrona il cuore di un cinghiale. Il personaggio del cacciatore ha prestato il fianco a delle critiche ingiustificate. Egli in realtà è una figura potente per il messaggio educativo che trasmette. Esso rappresenta una risposta a tutti coloro che, come nel processo di Norimberga, si sono difesi asserendo di avere ucciso perché costretti da ordini superiori. Il cacciatore è colui che si rifiuta di eseguire quanto comandato della sua regina (autorità riconosciuta) e per questo morirà. Altri invece hanno visto in lui la figura del padre debole e vittima di un sistema matriarcale, che abbandona la fanciulla indifesa a un mondo malvagio.

La casetta dei 7 nani rappresenta l’entrata di Biancaneve nella dimensione materna, che all’inizio si presenta vuota, cioè priva di figure e misteriosa, ma che successivamente si riempie di significati. I nani sono forze interiori che lavorano nelle miniere, cioè nei luoghi più profondi della psiche (Lucia Montesi), oppure possono essere visti come uomini incompleti e quindi rappresentazioni della psiche ancora da definire o figure preedipiche. Da una ricerca storica essi potrebbero essere delle entità reali di bambini schiavizzati e costretti a lavorare in Germania, nel  cinquecento, nelle miniere di rame in condizioni disumane con conseguenze, da adulti, di orribili deformazioni fisiche. In questo senso la fiaba nella versione cinematografica, con i nanetti che tornano dal lavoro contenti, stravolge completamente il significato originale del racconto.

La morte apparente di Biancaneve è la morte della bambina che è in lei e avviene attraverso la mela, simbolo dell’assaggiare l’illecito, espressione della disubbidienza che porta al peccato originale. Nella versione cinematografica, mentre i nani piangono la fine di Biancaneve, passa il principe col suo cavallo bianco, figura maschile rassicurante, e rimane affascinato dalla bellezza della fanciulla, si china per baciarla e la risveglia. Il messaggio finale è sicuramente ottimista ed ha forti richiami a una visione salvifica dell’amore e di riscatto dal male.

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