Wystan Auden e l’Età dell’Ansia che ci interroga. Parte II

Tutti gli adulti, secondo Jung, sono dominati da una delle quattro funzioni della psiche, divise in funzioni valutative, (pensiero o sentimento, che influenzano il modo in cui prendiamo decisioni) e funzioni percettive, (intuizione e sensazione, che influenzano il modo in cui esperiamo il mondo esterno), nella duplice versione estroversa o introversa. Pensiero e sentimento sono funzioni speculari, così come intuizione e sensazione. Ciascun personaggio de L’Età dell’Ansia mostra chiaramente il dominio di una specifica funzione (Quant = Intuizione, Malin = Pensiero, Rosetta = Sentimento, Emble = Sensazione) e sembra essere prigioniero di un ruolo che viene sentito come sempre più insoddisfacente da un punto di vista esistenziale. L’Ansia del poema trova un esatto corrispettivo nella classica crisi di mezza età che per Jung è sintomo della necessità di integrare contenuti inconsci nella propria personalità. La ricerca di integrazione è un vero e proprio quest spirituale, che passa attraverso espressioni regressive, sintomi, queste, di una “malattia” ma che invece sono fasi necessarie per la riconquista di una personalità integrata. Il processo di integrazione (che Jung chiama “individuazione”) inizia solo dopo che un individuo abbia trovato una sua collocazione nel mondo. Et voilà. Auden nel suo poemetto racchiude l’esperienza della propria crisi di mezza età rappresentando la sua psiche e identificando il proprio stato dell’essere con quello di Rosetta – il più sentimentale dei quattro personaggi – proprio per compensare la sua personalità eccessivamente cervellotica ed intellettuale.

Cosicché L’Età dell’Ansia si trasforma in un vero e proprio mandala di guarigione che consentì ad Auden di integrare le sue funzioni latenti (e cioè Sentimento e Sensazione) e di affrontare le proprie proiezioni. Anche per me quel poemetto, nelle sue successive letture e approfondimenti, divenne un vero e proprio processo psichico di integrazione tra intelletto e sentimento. Imparai così che il percorso dell’uomo in cerca del proprio sé, nel tentativo di recuperare la propria integrità, è un processo di individuazione spirituale (non necessariamente religioso). Anche per Jung, infatti, tutto ebbe inizio con una crisi personale e continuò con una ricerca di tipo spirituale. In un viaggio in treno verso Schaffhausen, nel 1913, Jung ebbe la visione di una terribile alluvione che inondava l’Europa – migliaia di cadaveri e macerie galleggianti – che, come avrebbe detto più tardi, collegò ai disastri della Prima guerra mondiale. Jung quarantenne, già affermato professionista, era in balia di queste visioni apocalittiche e non riusciva a interpretarle in maniera soddisfacente. Decise così, nel pieno di questa crisi personale, di effettuare un esperimento su sé stesso che sarebbe poi durato fino al 1930 e che definì “confronto con l’inconscio”. Sviluppò allora uno specifico metodo di esplorazione psicologica (immaginazione attiva) finalizzato , tra le altre cose, a tradurre le emozioni in immagini. Così facendo gettò le basi per lo studio dei meccanismi universali della coscienza umana, andando alla ricerca di quei modelli di comportamento di carattere istintuale e culturale che definirà come “archetipi” e che oggi vengono indagati grazie alle neuroscienze e agli studi sulle emozioni effettuati dal neurofisiologo Antonio Damasio. Auden trovò dunque in Jung la possibilità di vedere l’angoscia (o la nevrosi) dell’uomo sotto la luce positiva della possibilità di un cambiamento esistenziale in quanto essa preludeva al processo di individuazione e di recupero della propria integrità psichica. L’intellettualismo di Auden, davanti a chi come Jung mirava decisamente a una riunificazione fra spirito e materia, era vicinissimo al mio intellettualismo di allora. Riconoscermi in tutte queste cose, avvertirle, sentirle, leggerle, anzi: provocarle nella lettura, rappresentò per me un aiuto indispensabile per il percorso di guarigione. Mostrare una fiamma che afferma fu una fase fondamentale per la costruzione e l’integrità della mia identità per trasformare cioè un’ansia da bisogno nel bisogno legittimo e necessario di un’ansia. Ma fu anche una scoperta, una di quelle due o tre rivelazioni delle quali parlava Brodskij: la rivelazione della Poesia quale strumento da continuare a perfezionare per sostenere un incomprensibile e misterioso, scopo antropologico.

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Giuseppe Ferrara
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