Vaccino anti Covid: la 4ª dose si è rivelata utile soprattutto negli over-60

A oggi, in Italia, la quarta dose dei vaccini contro Covid-19 è già realtà per una particolare categoria di pazienti: gli immunocompromessi. Per quanto riguarda invece il resto della popolazione la strategia vaccinale probabilmente seguirà una distinzione per età. EMA ed ECDC (Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) hanno da poco dato il via libera alla somministrazione agli individui over-80 aprendo anche ad una eventuale somministrazione, in base alla circolazione virale e all’emergere di nuove varianti, anche agli over-60. Per il resto della popolazione occorrerà monitorare nel tempo l’andamento del virus. Gli studi a riguardo non mancano: nella popolazione generale, pur calando l’efficacia contro il contagio, la protezione da malattia grave rimane elevata anche con la dose booster.

Quando il nostro corpo viene in contatto con un agente esterno dannoso come Sars-Cov-2 produce una reazione immunitaria composta da due fasi: quella aspecifica – presente già alla nascita e non dipendente da incontri pregressi – e quella specifica, diretta in maniera precisa contro quel determinato agente esterno. Quest’ultima è essenzialmente mediata da due tipi di cellule: i linfociti B e i linfociti T. I primi sono i responsabili della produzione di anticorpi, i secondi della risposta cellulare al virus, ovvero il riconoscimento e l’eliminazione delle cellule infettate dal virus. In entrambi i casi in seguito ad un’infezione o alla vaccinazione si creano specifiche cellule della memoria in grado di attivarsi in caso di incontro con il patogeno.

Guardando ai dati di chi ha vaccinato molto prima di noi, ovvero Israele, è parso subito chiaro come nel tempo la protezione dei vaccini dalla malattia sintomatica cali nel tempo. Per questa ragione, chi prima e chi dopo, si è trovato nella sitazione di dover riprisitinare la protezione conferita dal vaccino. Attenzione però agli equivoci: mentre nei mesi successivi alla seconda dose cala sensibilmente la protezione dalla malattia sintomatica, la protezione contro la malattia grave non segue lo stesso andamento. La riduzione è infatti meno marcata rispetto alla protezione dai sintomi. Detto ciò, dalle analisi, pubblicate in maniera indipendente da Nature Medicine e Cell a fine 2021, è emerso che un ciclo classico di vaccinazione con due dosi a mRNA è insufficiente nel contrastare il virus. Questo non significa non essere più protetti bensì vedere ridotta l’efficacia. Quando però viene effettuato il booster, gli anticorpi generati riescono a “maturare” in modo da neutralizzare la Omicron.

Ci sono aree del mondo, come Israele, dove la quarta dose è stata però autorizzata da tempo pressochè per tutta la popolazione. Avendo iniziato prima con la campagna vaccinale in gennaio 2021, Israele rappresenta la nazione ideale per guardare l’effetto della quarta somministrazione nel pieno della variante Omicron. In uno studio da poco pubblicato sulle pagine del New England Journal of Medicine, effettuato su oltre 600 mila persone over-60 con 4 dosi e senza pregressa infezione da Sars-Cov-2, è emerso che la protezione contro l’infezione da Omicron raggiunge il suo massimo ad un mese dalla quarta dose per poi calare sensibilmente. Invece la protezione contro la malattia grave rimane estremamente elevata. Un secondo studio, sempre sulle pagine della medesima rivista, ha valutato l’effetto della quarta dose negli operatori sanitari. In questo caso la dose ulteriore, pur riportando ad elevati livelli di anticorpi, non porta differenze sostanziali sulla protezione. Questi due studi, nel loro complesso, mostrano come mentre negli over-65 sia utile la vaccinazione per riportare la protezione contro la malattia grave ad alti livelli, nella popolazione generale con un buon sistema immunitario l’aggiunta della quarta dose così ravvicinata non porta a vantaggi sostanziali.

A proteggere enormemente dai sintomi gravi della malattia, più che gli anticorpi che calano nel tempo, c’è la componente delle cellule T, quegli elementi che riconoscono le cellule infettate dal virus. Dalle analisi di diversi studi è emerso che la reattività delle cellule T a sei mesi dalla vaccinazione rimane molto elevata. Un dato che vale anche per la variante Omicron, dove la reattività si attesta intorno all’84%. Da questi dati si evince dunque che l’immunità indotta dalle cellule T è duratura e significativa contro tutte le varianti oggi emerse. Quanto osservato con le cellule T ci fa ben sperare sulla prospettiva di una durata a lungo termine dell’immunità al virus indipentemente dalla variante incontrata. La speranza è quella di replicare quanto osservato con un altro virus simile, quello della SARS: a 17 anni dall’incontro con il virus, le cellule T della memoria sono ancora presenti in chi ha superato l’infezione.

La quarta dose, al momento, sembra dunque essere necessaria nelle persone più anziane. Una risposta definitiva sulle altre fasce di età non c’è ancora ma al momento, seguendo l’evoluzione nel tempo, non ci sono attualmente prove conclusive che la protezione del vaccino contro malattie gravi sia in diminuzione o che vi sia un valore aggiunto di una quarta dose. Oggi, più che pensare alla quarta dose nella popolazione generale, occorre ricordare che un milione e 300 mila over-50 non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino. Non solo, nella fascia dei bambini, solo il 34% degli aventi diritto ha completato il ciclo vaccinale con due dosi. La campagna per il ciclo primario non è affatto conclusa.

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radionoff
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