Un’illusione se non un imbroglio

Aveva tutto per conquistare, affascinare, trascinare. L’idea di base era grande, perché si poneva contro il sistema, ma senza volerlo travolgere, solo cambiarlo. Anche e soprattutto col buon esempio. E quindi l’autolimitazione delle indennità, il finanziamento alle imprese medio piccole, il no, gridato, ai privilegi di casta, il no, anche questo gridato, alla illegalità diffusa e permeata nella nostra società, e poi tante idee concrete legate ai mille problemi di uno Stato stanco di una democrazia immatura. Il puntare il dito verso i vizi del parlamentarismo, il negarsi alle tv, moscio teatro del politicamente corretto, le piazze piene, il coinvolgimento e la sensazione per ognuno di essere importante, di contare, l’invito a partecipare attivamente. Insomma c’erano tutti gli ingredienti perché il Movimento 5 Stelle sfondasse.

E in effetti sfondò, e alla grande. Primo partito in una manciata di anni, tutti di corsa, piazza per piazza.

Poi il governo, con le sue responsabilità, ma soprattutto coi suoi velluti, le poltrone, gli aerei e, in molto minor tempo di quanto ce ne era voluto per diventare primi, si è sgonfiata la bolla. Perché di tanto si trattava. Conserva un consistente consenso, ma è un partito come un altro, con le sue filiere, i suoi raccomandati, i suoi portaborse, a turno premiati, e le regole tutte saltate, una alla volta, tanto da essere invecchiato di colpo, tanto da confondersi con qualsiasi altro partito.

Nel momento in cui l’Italia, in maggioranza, seppur relativa, sposava la sua causa, il Movimento rompeva il fidanzamento con una grande idea, senza essere arrivato a convolarci a nozze, a costruirci una grande famiglia. Una delusione cocente che ha ridato il sorriso ai primi pessimisti, a quelli che arringavano come fossero come tutti gli altri e forse anche peggio. Alla competenza hanno sostituito l’arroganza, alla rinuncia ai privilegi, le domande di restituzione, alla solitudine del gruppo in Parlamento la grande ammucchiata.

Un vero e proprio tradimento.

Un miracolo finito a puttane.

Da ridergli dietro, solo che ora non si può, perché sono parte integrante del sistema, rafforzato questo dalla sua iniziale mina vagante, ora colonna portante delle più abiurate abitudini parlamentari o ministeriali.

Fagocitati, o vittime volontarie: di fronte alle auto blu e agli scappellamenti dei galoppini si sono commossi e hanno scoperto che dentro è meglio che fuori, che fare la rivoluzione, quand’anche civile, costa troppo, che la solitudine non porta in trattoria, che le cose tutto sommato non è che andassero proprio male, che la scatola di sardine conteneva una perla, che è meglio l’esercizio del potere che zappare.

Degli ardimentosi non rimane che il ricordo. Del focoso Di Battista che diceva “con loro neanche il caffè alla buvette”, solo una indistinta ombra. Di Grillo solo il ricordo del vaffa nazionale, oggi riposto nel cassetto a prendere polvere. Peccato. Un’illusione e niente più. Un bagliore subito spentosi. Una folata di vento, se non solo una scoreggia.

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Luciano Petrullo
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