Un libro sul comodino. “Stalingrado” di Vasilij Grossman

Adelphi pubblica “Stalingrado” di Vasilij Grossman. Quando a un artista viene un’idea, non riesce più a togliersela dalla testa. Più l’idea è grandiosa, più ad essa è disposto a dedicare la vita. A Vasilij Grossman l’idea venne a Stalingrado. La città ancora fumava, arsa dalla più terribile delle battaglie. Lui vi aveva preso parte, come corrispondente di guerra tra le file dell’Armata Rossa, e aveva visto tutto, le luci e le ombre della battaglia, l’epica della difesa e l’eroismo dei soldati, ma anche la spietata legge del sangue con cui era stata combattuta, il “prezzo” della vittoria. La vita e la morte. Fu qui che gli venne l’idea che lo avrebbe impegnato per il resto della vita: scrivere un’opera monumentale, una grande epopea che doveva avere il suo centro nella guerra, ma che ambiva ad andare molto più in là. Ucraino di famiglia ebraica, nato a Berdyciv nel 1905 e morto a Mosca nel 1964, Grossman, l’autore di ‘Vita e destino’, è stato definito “il Tolstoj dell’Unione Sovietica”. Romanzo sconfinato di 884 pagine ‘Stalingrado’ , a cura di Robert Chandler e Jurij Bit-Junan, con tre cartine in bianco e nero, ci fa respirare l’aria delle grandi epopee. In copertina, un soldato vittorioso dell’Armata Rossa sventola la bandiera sovietica sulle rovine di Stalingrado (febbraio 1943), in una foto attribuita a Georgij Zelma. Il libro è stato pubblicato per la prima volta in russo a puntate su ‘Novyj mir’ nel 1952 e in volume da Voenizdat nel 1954.

Quando Pëtr Vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere «immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «…sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee. Un fiume che investirà anche i lettori, attraverso pagine che si imprimeranno in loro per sempre. E se Grossman è stato definito «il Tolstoj dell’Unione Sovietica», ora possiamo finalmente aggiungere che Stalingrado, insieme a Vita e destino, è il suo Guerra e pace.

Come inizia
Il 29 aprile del 1942, in un tripudio di bandiere tedesche e italiane, alla stazione di Salisburgo arrivò il treno del dittatore dell’Italia fascista Benito Mussolini. Dopo la cerimonia di prammatica, Mussolini e i suoi accoliti si diressero al vecchio castello di Klessheim, antica residenza dei principi vescovi del luogo. Lì, nei grandi saloni freddi riammobiliati di recente con arredi sottratti in Francia, si sarebbe tenuto l’ennesimo incontro fra Hitler e Mussolini, mentre Ribbentrop, Keitel, Jodl e altri collaboratori stretti del Führer si sarebbero confrontati con i ministri che avevano accompagnato il duce: Ciano, il generale Cavallero e Alfieri, l’ambasciatore italiano a Berlino. I due sedicenti padroni dell’Europa si incontravano ogni volta che Hitler predisponeva una nuova sciagura nella vita dei popoli. Le loro conversazioni a quattr’occhi sulle Alpi al confine fra Austria e Italia portavano puntualmente a un’invasione, a manovre diversive di portata continentale e ad attacchi di fanteria motorizzata con relativo dispiegamento di milioni di uomini. I resoconti anemici che i giornali riservavano agli incontri fra i due dittatori contribuivano a riempire i cuori di un’attesa spasmodica.

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