Un libro sul comodino. “Quelli che spezzano” di Tiziana Barillà

Minoranze linguistiche, comunità arbëreshë. L’anarchia come forma di protezione. La libertà e l’indipendenza. I microcosmi e la loro strategia elementare per sopravvivere. Su Radionoff con Tiziana Barillà, giornalista, autrice del libro “Quelli che Spezzano”, e Arbër Agalliu, giornalista, collaboratore di Albania News. «I marxisti pensano la rivoluzione soprattutto come operaia, quindi del proletariato contro la borghesia. Per gli anarchici, invece, è la rivoluzione degli sfruttati contro gli sfruttatori, dei dominati contro i dominanti, degli oppressi contro gli oppressori. […] Il luogo della Rivoluzione per i libertari, insomma, non è la fabbrica ma la società. […] La “città” di cui parliamo non è certo l’agglomerato di case, quartieri, strade, tombini e servizi, ma il luogo di autodeterminazione di una comunità». – da Quelli che Spezzano di Tiziana Barillà. Come si traducono le misure di un sistema socioeconomico in un microcosmo, lo racconta Domenico Liguori attraverso la narrazione di Tiziana Barillà: «Domenico Liguori, nome arbërishte Minikuci, per me in particolare, ha rappresentato il mio Virgilio, che mi ha presa per mano e mi ha accompagnata in cinquant’anni di storia del movimento anarchico di questo piccolo – ma neanche troppo piccolo – paese. È un piccolo paese, ma ha una grande storia. Minikuci è stato fondamentale per accendere un po’ di luce dove la disconoscenza aveva fatto il buio. Nelle epoche Minikuci è la voce di un ragazzino, prima, un giovane uomo, dopo, un uomo, ancora dopo, che però mantiene fermo il bisogno impellente non solo di libertà, ma di coerenza fra il dichiarato e l’effettuato. Noi usiamo la sua voce, ma è un gruppo importante di persone in paese che intraprende una battaglia contro – come lui specifica bene – quei sedicenti comunisti. Ecco, questa è una cosa che io ripeto perché ovviamente è fondamentale, la battaglia di Spezzano non è assolutamente una battaglia anticomunista. Lui dice sempre: “Non abbiamo combattuto il comunismo, ma quei sedicenti comunisti”, ed è un tema attualissimo perché il tema della fantomatica incorruttibilità di alcuni uomini e di alcuni partiti che la storia ci insegna non è poi così vero».

Chi sono gli arbëreshë?

Lo racconta Arbër Agalliu: «La realtà arbëreshë è unica nel suo genere anche perché stiamo parlando di una comunità che ha mantenuto l’uso della lingua, l’uso del rito religioso, gli usi e costumi delle terre da dove sono emigrati alla fine del Quattrocento. E la cosa bella è che hanno tramandato tutto oralmente nei secoli nonostante, tra l’altro, la distanza dall’Albania e i pochi rapporti avuti nel tempo con la terra natia. Inoltre, la prima cosa che mi viene in mente, parlando di arbëreshë e identità europea, è in modo assoluto la figura dell’eroe, condottiero albanese, Giorgio Castriota Scanderbeg al quale gli arbëreshë tutt’oggi sono devoti come fosse una divinità. La figura di Scanderbeg, tra l’altro, conquistò un enorme spazio nel panorama europeo dal momento che egli riuscì a tamponare l’avanzata turca per circa venticinque anni, diventando così – possiamo dire – un simbolo della resistenza all’invasione ottomana. La sua figura assunse un risalto maggiore nel momento in cui a lui vennero conferiti i titoli di difensore del Cristianesimo e atleta di Cristo dall’allora papa Callisto III. Tra l’altro, Giorgio Castriota è ritenuto uno dei migliori strateghi militari di tutti i tempi. Sono state erette a lui statue equestri, busti e lapidi celebrative, praticamente in tutta Europa. In poche parole, si può dire che nel tempo Scandeberg è diventato un simbolo europeo e non più soltanto un simbolo albanese e arbëreshë. Ecco perché conoscere e sostenere queste minoranze significa, in qualche modo, anche mantenere viva una parte di storia di identità europea. Basti pensare che queste comunità parlano una lingua che è del 1400. Un po’ come se a Firenze parlassimo il dantesco nel 2020». Giorgio Castriota Scanderbeg e Minikuci hanno in comune ciò che si definisce con la parola protezione. Che sia di una casa, di un luogo di culto. Che sia la protezione dell’espressione linguistica. La protezione della dignità di un uomo. Di una donna. Il filo che collega i libri di Tiziana Barillà, da “Don Quijote de la realidad”. “Ernesto Che Guevara e il guevarismo” e “Mimì Capatosta” a “Quelli che Spezzano”. «Chi scrive, chi racconta, in fondo credo stia cercando qualcosa. Forse siamo sempre in cerca di qualcosa che ci somigli e credo davvero che in qualunque angolo del mondo, anche il più sperduto, troveremo sempre qualcuno o qualcosa che ci somiglia. Perciò, che dire… mi sento a casa ovunque vada perché non ho casa. “Non haiu casa” è una espressione tipica delle mie parti, ma del resto c’è anche la consapevolezza… qui, ti faccio però una citazione non casuale: “La mia casa continuerà a viaggiare su due gambe”. Quest’ultima frase che ti ho detto è una citazione di Ernesto Guevara. Dov’è la rivoluzione, che fine ha fatto la rivoluzione? Chi si fa questa domanda da fermo, potrebbe cominciare a pensare o a immaginare che mentre lui è fermo a chiedersi che fine abbia fatto, da qualche parte nel mondo qualcuno l’abbia già cominciata. Forse, più di “Che fine ha fatto la rivoluzione”, dovremmo chiederci “Dov’è?”, per andarle incontro». Chi decide dov’è casa? Viviamo su una terra immensa che, praticamente, non ha confini. Le donne e gli uomini possono muoversi rispettando delle regole per garantirsi una serena convivenza. Chi decide cosa mantenere, conservare? Chi decide dove abitare e come. Chi protegge chi e da chi. Arbër Agalliu conclude: «Si può dire che gli arbëreshë hanno dovuto praticamente attendere cinquecento anni prima di essere riconosciuti e tutelati da una legge che, tra l’altro, è la 482/1999. Diciamo, una legge da rivedere, visto il grande cambiamento sociale avvenuto in questi ultimi decenni, ma soprattutto sarebbe opportuno intervenire adesso e non tra altri cinquecento anni. Comunque, all’interno della sopracitata legge, la 482, si legge chiaramente all’articolo 4.1 che nelle scuole materne (scuola dell’infanzia con legge 53/2003 – Riforma Moratti), l’educazione linguistica prevede accanto all’utilizzo della lingua italiana anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative, e che nelle scuole elementari (scuola primaria con legge 53/2003 – Riforma Moratti) e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento. Ora, la legge parla chiaro, e io sfido chiunque a dimostrarmi che oggi in Italia esista realmente una scuola secondaria dove l’arbërishte viene utilizzata come lingua d’insegnamento. Nelle scuole, non solo non si insegna in arbërishte, ma spesso non vengono impiegate più neanche quelle poche ore di arbërishte per le attività inerenti alla conoscenza della cultura locale come, per esempio, i canti o le vallje che sono i balli tradizionali arbëreshë. Oggi le scuole vengono, in realtà, chiuse. I professori spesso non sono arbëreshë, e anche questo influisce tanto nella conservazione dell’insegnamento della lingua. In realtà, le leggi ci sono. Andrebbero semplicemente applicate come si deve».

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