Un libro sul comodino. “Il processo” di Franz Kafka

L’autore scrive in modo abbastanza semplice, il romanzo si legge con una discreta facilità, il linguaggio non è affatto complicato, anche se a volte l’autore utilizza a alcuni termini propri del linguaggio giuridico. La descrizione di luoghi come il tribunale, e il martellante riferimento a un reato non conosciuto rendono la lettura angosciante e talvolta asfissiante. Il romanzo “Il propcesso” rispecchia comunque il periodo temporale in cui è ambientato: l’uomo sta progressivamente perdendo i suoi valori, no è in grado di reagire, può solo soccombere. Josef K., un giovane impiegato di banca viene improvvisamente svegliato da alcuni agenti della polizia che irrompono nella sua stanza e lo arrestano, senza fornirgli un valido motivo: K. dovrà essere sottoposto a un processo. L’assurdità dell’arresto di K. diviene ancora più evidente quando viene condotto per la prima volta davanti alla corte: l’udienza si svolge di domenica, in un malandato edificio alla periferia della città. Già dopo la prima udienza K. cerca di contattare il maggior numero di persone che lo possono aiutare a venir fuori da questa situazione. Contatta un avvocato, un industriale, persino il pittore che ritraeva i giudici, alla fine però decide di soccombere, di non andare contro all’assurda istituzione del tribunale. Una notte viene catturato, condotto da due oscuri individui in un’area deserta e giustiziato. Il grande romanzo della produzione kafkiana, è stato per la maggior parte composto tra il 1914 ed il 1915, e sottoposto a continue revisioni fino al 1917. L’opera è composta di dieci capitoli, ordinati secondo la volontà dell’autore ma, benché provvisto del capitolo finale è da considerarsi incompiuto in quanto lacunoso. Dopo la morte di Kafka, Max Brod si occupa di riordinarlo, colmandone le parti mancanti, per darlo alle stampe, considerandolo la punta più elevata della produzione letteraria dall’amico. Verso la fine della sua vita Kafka inviò una lettera al suo amico Hugo Bergman a Tel Aviv, annunciando la sua intenzione di emigrare in Palestina. Bergman tuttavia rifiutò di ospitarlo perché aveva bambini e temeva che Kafka li infettasse con la tubercolosi.

Franz Kafka, scrittore ceco di lingua tedesca (1883-1924). Nato a Praga, era figlio di un agiato commerciante e apparteneva alla minoranza ebraica di lingua tedesca. Oppresso dalla dura personalità paterna, affetto da tubercolosi tracheale, visse in un profondo isolamento.In amore ebbe vicende tormentate, e quando infine trovò una ragione di vita accanto a Dora Dymant, la tubercolosi lo condusse alla morte. Scrisse in tedesco romanzi e racconti in cui si dibatte, in un’atmosfera magica e allucinata, il problema dell’incomunicabile solitudine della creatura umana, prigioniera in un mondo che non riesce a comprendere. Ne Il processo (postumo, 1925), l’uomo è considerato sempre colpevole da una giustizia misteriosa, amministrata da una burocrazia sordida e meschina. Ne Il castello (postumo, 1926), non è più il tribunale ad accusare l’uomo, ma questo stesso a cercare la propria accusa, spinto alla ricerca ossessiva di una verità che non si può attingere se non nella morte. Famosa, tra i racconti, La metamorfosi (1916), trasposizione della situazione familiare di Kafka; tra le altre opere: La condanna (1913), Nella colonia penale (1919), America (postumo, 1927), Diari (postumo, 1925-1937), Lettere a Milena (postumo, 1952).

Precedentecedentemente alla prima guerra mondiale, Kafka partecipò a diverse riunioni del Klub mladých, un’organizzazione anarco-socialista, anti-militarista ed anti-clericale ceca.[107] Hugo Bergmann, che frequentò le stesse scuole elementari e superiori di Kafka, troncò i rapporti con lui durante il loro ultimo anno accademico (1900-1901), poiché “il suo socialismo [di Kafka] ed il mio sionismo erano troppo contrastanti”, “Franz è diventato un socialista, io sono diventato un sionista nel 1898. La sintesi di sionismo e il socialismo non esisteva ancora”. Bergmann sostiene che Kafka avesse indossato un garofano rosso a scuola per mostrare il suo sostegno al socialismo. In un diario, Kafka fa riferimento all’influente anarchico filosofo principe Pëtr Alekseevič Kropotkin: “Non dimenticare Kropotkin!”. Durante il periodo comunista, l’eredità del lavoro di Kafka per il blocco socialista orientale fu oggetto di accesi dibattiti: le opinioni variarono da una considerazione poco superiore alla satira di un fatiscente impero austro-ungarico, alla convinzione che egli incarnasse l’ascesa del socialismo. Un altro punto discusso ineriva il concetto di alienazione secondo l’interpretazione datane da Karl Marx. Mentre la posizione ortodossa sosteneva che le raffigurazioni kafkiane dell’alienazione non fossero più attuali in una società che, in quanto socialista, l’aveva eliminata, una conferenza del 1963 tenutasi a Liblice, in Cecoslovacchia, in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita di Kafka, rivalutò l’importanza della rappresentazione da lui fatta della burocrazia, come potente fattore di estraneazione dell’individuo. Se Kafka sia stato uno scrittore politico o meno è ancora, tuttavia, una questione dibattuta. Kafka crebbe a Praga come ebreo di lingua tedesca. Era profondamente affascinato dagli ebrei dell’Europa orientale, convinto che vivessero la spiritualità con un’intensità sconosciuta agli ebrei occidentali. Il suo diario è pieno di riferimenti a scrittori yiddish. Tuttavia, negli anni dell’adolescenza Kafka si dichiarò spesso ateo e anche in seguito ebbe con la religione ebraica un rapporto controverso. Hawes suggerisce che Kafka, nonostante fosse molto consapevole della propria ebraicità, non le diede spazio nei suoi lavori, che appaiono, sempre secondo Hawes, privi di temi, scene e caratteri ebraici. Al contrario, secondo il critico letterario Harold Bloom, anche se Kafka si sentiva a disagio con la sua eredità ebraica, è stato lo scrittore ebreo per eccellenza e Lothar Kahn è altrettanto inequivocabile: “la presenza dell’ebraicità nell’opera di Kafka non è più soggetta a dubbi”. Pavel Eisner, uno dei primi traduttori di Kafka, interpreta il famoso romanzo Il processo come l’incarnazione della “triplice dimensione dell’esistenza ebraica di Praga […] il suo protagonista, Josef K. è (simbolicamente) arrestato da un tedesco (Rabensteiner), da un ceco (Kullich) e da un ebreo (Kaminer). Egli si distingue per il “senso di colpa senza colpa” che impregna l’ebreo nel mondo moderno, anche se non vi è alcuna prova che egli stesso sia un ebreo”.

L’esistenzialismo

L’esistenzialismo, oltre che essere una filosofia in senso stretto, è un’atmosfera o un clima culturale che ha caratterizzato il periodo tra le due guerre mondiali e che ha trovato la sua maggiore espressione nel secondo dopoguerra. Tant’è vero ce se si sfogliano i giornali negli anni immediatamente successivi al conflitto bellico, si trovano espressioni quali «romanzo esistenzialista», «moda esistenzialista», «canzone esistenzialista», «ballo esistenzialista» e persino, nella cronaca nera, «suicidio esistenzialista». Sulla formazione della sensibilità esistenzialista, parallelamente alla delusione storica della guerra, ha pure contribuito la delusione culturale nei confronti degli ideali e delle correnti di pensiero di tipo ottocentesco. Per questi motivi l’esistenzialismo si è collegato, sin dall’inizio, con certe manifestazioni letterarie in cui era più vivo il senso della problematicità della vita umana. Nasce la cosiddetta “letteratura esistenzialista” che trova il suo maggior rappresentante in Franz Kafka.

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