Un libro da leggere. “L’isola dei fucili” di Amitav Ghosh e l’anima del mondo

L’isola dei fucili” è l’ultimo romanzo dello scrittore indiano Amitav Ghosh edito in Italia da Neri Pozza. Si tratta di un vero e proprio romanzo militante sulle questioni ambientali e pertanto parla di un mondo leggendario sull’orlo di una trasformazione inarrestabile. È la storia del fallimento topologico di un tempo  presente che precede inevitabilmente la catastrofe e un tempo futuro. Già perché un futuro, a prescindere da noi, ci sarà. Proprio per questo, il romanzo è anche  una grande storia di speranza, la storia di un uomo in cui viene riaccesa l’emozione del sacro. Quello della militanza letteraria,  quale metodo di protesta contro una certa idea di sviluppo e di crescita economica, è una delle chiavi di lettura di tutta l’opera di Amitav Ghosh a partire dal suo saggio, La grande cecità, del 2016. In più di un suo intervento Amitav Ghosh ha sollevato la questione della correlazione tra cambiamenti climatici e Covid-19  evidenziando come entrambi affiorino da questa Grande Accelerazione dei consumi e da un modo distorto di intendere l’economia di mercato basata su quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama la coazione a produrre: “…nell’era post industriale il baccano delle macchine cede il passo al baccano della comunicazione. Più informazioni, più comunicazione promettono più produzione , così la coazione a produrre si esprime come coazione a comunicare…”Il mantra della crescita (infinita) è il volano di questo sistema estrattivo-produttivo-consumista nel quale oltre a consumare le cose prodotte abbiamo cominciato a consumare anche le emozioni di cui si fanno portatrici: le cose non si possono consumare senza fine , le emozioni sì. Proprio per questo Amitav Ghosh punta dritto sul fatto che la crisi climatica dovuta a questa coazione produttiva così come la pandemia sono solo i sintomi di una malattia ben più grave che è una malattia dell’anima. Per tale ragione dovrebbero essere le religioni (come già anticipato da Papa Francesco) a dover allearsi, unirsi e guidare il movimento pacifico di protesta per spronare ad affrontare concretamente questo tipo di crisi planetarie. Potremmo chiederci cosa dovrebbero fare le religioni per “costringere”  i potentati economici e le multinazionali a riconoscere le proprie responsabilità  e a modificare il credo della crescita infinita. Amitav Ghosh suggerisce di cominciare proprio nello smascherare quegli atteggiamenti falsamente  religiosi che sono in realtà solo una forma di green-washing dove cioè con la scusa della religiosità si continua a promuovere una crescita a tutti i costi. Esempi di questo atteggiamento si hanno in Turchia, in Brasile, in India e dovunque gli interessi economici, se non politici e personali, sono spacciati per afflati nazionalisti, tradizionalisti e religiosi. Ghosh inoltre vede un altro pericolo nell’ambiguità della Scienza messa al servizio di interessi economici e brevettuali: basti pensare all’evidente paradosso tra la soddisfazione (legittima) per aver messo a punto in breve tempo tanti vaccini efficaci contro  il Covid- 19  e la concorrenza fra le case farmaceutiche e i Paesi che producono e distribuiscono i vari tipi di vaccino sui mercati internazionali. A questo health-washing (parafrasando il termine precedente)  aggiungiamo anche quel particolare rischio di confondere e trasformare la scienza in una religione: uno scientismo religioso più pericolo di quello ortodosso e che pretende una scienza con i suoi sacerdoti, il suo credo e il suo dio-certezza con una propria fede nello zero (“nessun effetto collaterale nei vaccini”) e nell’infinito (“una crescita senza fine”). Amitav Ghosh ci ricorda che la scienza può spiegare molto sul funzionamento delle cose ma non su ciò che le cose significano. Questo è un compito che spetta a chi lavora con l’immaginazione, agli scrittori, ai poeti  a coloro cioè che possono usare un linguaggio della sacralità visto che perfino un linguaggio scientifico o presunto tale non basta a far cambiare atteggiamento nemmeno nei riguardi del rischio zero di un vaccino o della crescita infinita dell’economia. Per questo lo scrittore bengalese ripone nella sua militanza letteraria grande fiducia, dimostrando così nella sua pratica, quello che il linguaggio letterario può concretamente fare per restituire al mondo la sua anima e a noi tutti – rigenerate – le nostre emozioni, compresa quella del sacro. (Fonte www.cdscultura.com di Ferrara. Foto di Francesco Menichelli).

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