Un composto ottenuto dalle piante potrebbe in futuro aiutare a intrappolare il coronavirus

di Viola Rita

I decessi di pazienti con Covid-19 potrebbero essere aggravati da un particolare fungo. È l’ipotesi che diversi micologi, cioè esperti di microrganismi fungini, stanno portando all’attenzione della comunità scientifica internazionale: Aspergillus, un genere di comuni funghi unicellulari, potrebbe costituire una minaccia ulteriore per i pazienti ospedalizzati. Le cause della maggiore vulnerabilità dei pazienti Covid a queste infezioni secondarie, però, non sono ancora chiare. L’allarme arriva da un numero crescente (anche se ancora limitato) di evidenze scientifiche che testimoniano come dal 2% al 10% dei pazienti con Covid-19 in condizioni gravi presentino anche un’infezione da Aspergillus. E piccoli studi hanno portato alla luce che tra i decessi fino a un terzo potrebbe essere legato proprio alle aspergillosi. Aspergillus è un genere di funghi unicellulari molto comune e le spore sono quasi onnipresenti, ma in genere non danno problemi di salute. Possono invece diventare una minaccia all’interno delle terapie intensive, per i pazienti immunocompromessi o che hanno subito trapianti di midollo osseo, provocando problemi respiratori anche gravi. I motivi per cui i pazienti Covid-19 risultino più vulnerabili all’infezione da Aspergillus (proprio come era successo durante la pandemia di H1N1 nel 2009) non sono chiari. Gli esperti ipotizzano che la battaglia dell’organismo per debellare l’infezione da coronavirus possa in qualche modo scaricare il sistema immunitario, che dunque si troverebbe a corto di armi per contrastare anche altre minacce; i danni ai polmoni, inoltre, impedirebbero a all’organismo di eliminare i patogeni respiratori in modo efficace. C’è poi un’altra teoria: anche i trattamenti farmacologici a cui i pazienti con forme gravi di Covid-19 vengono sottoposti potrebbero aumentare il rischio di infezioni da Aspergillus. In particolare il desametasone (uno steroide che placa la reazione esagerata del sistema immunitario) se da una parte si sta dimostrando efficace nel ridurre i decessi da coronavirus, dall’altra potrebbe lasciare la strada libera all’ingresso di altri patogeni, soprattutto se somministrato a dosi superiori rispetto a quelle raccomandate. Esperti come Nancy Crum-Cianflone, specialista in malattie infettive allo Scripps Mercy Hospital, propongono di prevenire le infezioni secondarie somministrando ai pazienti Covid ricoverati da più di tre settimane anche degli antimicotici. Questa strategia è rischiosa, però, perché un uso eccessivo di farmaci antifungini potrebbe anche portare alla selezione di ceppi di Aspergillus resistenti: meglio sarebbe accertarsi della presenza del fungo prima di intervenire. Tuttavia diagnosticare una aspergillosi in pazienti Covid non è semplice. I sintomi sono aspecifici o simili alle manifestazioni della malattia da coronavirus (difficoltà respiratorie, tosse, etc), e il test prevede il prelievo di tessuti tramite broncoscopia, che è una procedura che si cerca di non fare nei pazienti Covid per evitare la diffusione di particelle virali. Anche per questo un gruppo internazionale di clinici e società scientifiche micologiche ha pubblicato su Lancet delle raccomandazioni per la diagnosi di infezioni da Aspergillus nei pazienti Covid-19. Anche se sono arrivati e stanno arrivando i vaccini, non dobbiamo smettere di studiare e mettere a punto nuove armi terapeutiche contro Covid-19. Oggi gli scienziati rivelano che un composto organico derivato dalle piante e ben tollerato dall’organismo umano potrebbe rivelarsi utile per aiutare a combattere l’infezione da nuovo coronavirus Sars-Cov-2. Il composto in questione è l’indolo-3-carbinolo e a formulare l’ipotesi, sulla base di primi dati sperimentali, è uno studio internazionale, cui partecipano ampiamente anche i ricercatori italiani di vari istituti. La ricerca, coordinata dai genetisti italiani Giuseppe Novelli e Pier Paolo Pandolfi, ha messo a fuoco l’attività di particolari enzimi che favoriscono la diffusione del virus e rilevato, per ora in vitro, che il composto I3C potrebbe bloccarli aiutando a contrastare l’infezione. I risultati, pubblicati sulla rivista Cell Death & Disease del gruppo Nature, sono promettenti ma iniziali e, come rimarcato dagli stessi autori, aprono una prospettiva di ricerca che fornirà risposte più chiare nel lungo termine. I ricercatori hanno identificato il ruolo di una serie di enzimi, piccole proteine chiamate E3-ubiquitin ligasi, che servono al coronavirus Sars-Cov-2 per uscire dalle cellule infettate e diffondersi agli altri tessuti dell’organismo. Ma il Sars-Cov-2 non è l’unico a trarre benefici da queste proteine: anche il virus causa dell’ebola le sfrutta per espandersi. I livelli di questi enzimi sono più elevati nei polmoni dei pazienti con Covid-19. Inoltre in un sottogruppo di circa 1.300 pazienti considerati, colpiti da forme gravi di Covid, gli autori hanno rilevato la presenza di tre mutazioni genetiche rare relative a questi enzimi che potrebbero avere un ruolo nel peggiorare la malattia. Gli autori hanno anche rilevato, in vitro, che il composto indolo-3-carbinolo I3C riesce a inibire questi enzimi e dunque a bloccare l’uscita e la moltiplicazione del virus dalle cellule infettate. Per questo, qualora quest’azione fosse confermata, potrebbe essere utilizzato come antivirale preso singolarmente o in combinazione con altre terapie. Il composto I3C deriva a sua volta dalla degradazione di un altro composto (glucosinolato glucobrassicina) che si trova in quasi tutte le crocifere, in particolare quelle commestibili come cavoli, broccoli, cavolini di Bruxelles e cavolfiori. Se la sperimentazione è ancora lunga, o meglio, ha i suoi tempi tecnici, a causa dei quali dobbiamo sottolineare che la terapia non è pronta, al contrario l’approvazione del composto potrebbe non richiedere molto tempo dato che è già utilizzato come integratore in alcune patologie e studiato ampiamente a livello scientifico per la sua potenziale azione anticancro. Mentre la sua assunzione contro il Covid a oggi non è in alcun modo raccomandata. Le implicazioni pratiche dello studio non sono immediate anche se la strada aperta è promettente. “Dobbiamo pensare a lungo termine. I vaccini, pur essendo molto efficaci, potrebbero non esserlo più in futuro, perché il virus muta, e quindi è necessario disporre di più armi per combatterlo”, sottolinea Pier Paolo Pandolfi dell’università di Torino e del Nevada. “La scoperta su I3C è importante e ora dobbiamo avviare studi clinici per dimostrare la sua potenziale efficacia. Sarà importante valutare se I3C possa anche ridurre le gravissime complicazioni cliniche che molti pazienti sperimentano dopo aver superato la fase acuta dell’infezione. Questo rappresenterà un grave problema negli anni a venire, che dovremo gestire”.

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