Tutto regge sul do ut des?

Di fronte a un dubbio amletico della validità del do ut des nei rapporti interpersonali si è spinti a chiedersi anche come può dissiparsi il dubbio per lasciare il posto alle certezze. Entriamo nello specifico e analizziamo qualche aspetto.

Ad esempio, se un amministratore della cosa pubblica percepisce un “compenso economico” per il suo operato, se pure involontariamente, cade in un sistema strumentalizzato dell’Amministrazione che risulta ben predisposta verso il popolo solo perché è contraccambiata dallo “stipendio”.

E allora la logica del do ut des è fallace? È utopistico pensare che per l’amministratore dovrebbe essere già un piacere il poter servire validamente e gratuitamente il popolo.

In sostanza l’amministratore, e più esattamente il politico, non deve essere “acquistato” potendo controbilanciare il suo operato in favore del suo reddito provocando delle vera e proprie “simonie” (simonie compravendita di cariche soprattutto ecclesiastiche) in cui il diritto è scambiabile con l’immoralità. In definitiva l’amministratore della cosa pubblica dovrebbe operare nei margini della autonomia che sia garantita dalla gratuità del suo operato e che sia ben riconosciuta dai destinatari perché altrimenti finirebbe per esercitare un semplice mestiere di operante del diritto e non come un eroe del dovere che è sempre a rischio di sfruttamento.

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Caterina Laurita
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