Tutti stanchi di Zoom. E le donne di più. Hanno riunioni generalmente più lunghe e pause più brevi. È quanto emerge da uno studio sull’affaticamento da videochiamate

La larghissima diffusione di modalità e strumenti adatti a svolgere il lavoro a distanza durante la pandemia ha permesso, tra le altre cose, di ampliare le conoscenze riguardo agli effetti dell’uso sistematico e prevalente di questi strumenti sulle persone. Recenti ricerche hanno portato a individuare un fenomeno ormai noto come “affaticamento da Zoom”, espressione che sintetizza e descrive una serie di difficoltà poste dalle sfinenti sessioni di videochiamate e videoconferenze che in moltissimi casi hanno sostituito le interazioni dal vivo negli ambienti di lavoro, ma non solo. Secondo un nuovo studio pubblicato da un gruppo di ricerca dell’Università di Göteborg e dell’Università di Stanford, le donne trascorrono complessivamente più tempo degli uomini in videoriunioni e hanno pause più brevi tra una videochiamata e l’altra. Lo studio, condotto su un campione di 10.591 persone, mostra inoltre una prevalenza della sensazione di essere «fisicamente in trappola», determinata dal dover rimanere nell’inquadratura, e di ansia legata al cosiddetto “effetto specchio” tra le donne. I ricercatori hanno preparato una serie di domande per formulare un questionario, basato su una scala (ZEF, Zoom Exhaustion and Fatigue) che misura cinque diversi tipi di affaticamento associati alle videochiamate: generale (stanchezza generale), sociale (bisogno di rimanere da soli), emotivo (sensazione di sopraffazione), visivo (sintomi di disturbi degli occhi) e motivazionale (mancanza di stimoli a iniziare nuove attività). I ricercatori hanno quindi riscontrato più alti livelli di stanchezza tra le donne (14 per cento) che tra gli uomini (6 per cento) per tutti e cinque i tipi di affaticamento. Un’altra delle sensazioni stressanti prese in considerazione dallo studio è il cosiddetto “iper-sguardo”, un fenomeno percepito e descritto dalle persone come l’impressione di essere osservati da tutti in ogni momento. È data dal fatto che la schermata principale dei programmi di videoconferenze mostra in genere il volto di tutti mentre ciascuno guarda verso la propria videocamera, indipendentemente dalla concentrazione individuale o dall’attenzione specifica rivolta a una persona anziché a un’altra. E questa sensazione vale anche per le videochiamate individuali, perché il volto della collega o del collega appare ancora più grande e dà l’impressione che quella persona sia distante mezzo metro. Da un punto di vista «evolutivo», sostiene uno degli autori dello studio, una distanza così ridotta tra due persone – con lo sguardo fisso l’una sull’altra – si verifica dal vivo soltanto in caso di litigio o di accoppiamento. L’“effetto specchio” era già stato oggetto di attenzioni e ricerche. Come emerso da precedenti studi sull’affaticamento da Zoom, vedere costantemente la propria immagine sullo schermo durante una videoconferenza tende ad allungare i momenti di autovalutazione stressante e ad accrescere l’ansia. «È come un’intera giornata trascorsa con un assistente che regge uno specchio davanti a te ogni volta che interagisci con qualcuno» ha spiegato una delle autrici dello studio, Géraldine Fauville, docente di scienze dell’educazione, della comunicazione e dell’apprendimento all’Università di Göteborg. Un altro dei fattori che tendono ad accrescere i livelli di stanchezza è la concentrazione necessaria a cogliere i segnali non verbali nelle interazioni a distanza. E di conseguenza maggiore è il tempo trascorso in videochiamate e con pause brevi tra l’una e l’altra – come nel caso delle donne coinvolte nello studio – maggiore è lo stress. Secondo Fauville, uno degli obiettivi di future ricerche dovrebbe essere quello di studiare le ragioni di questo tipo di disuguaglianze e fornire le conoscenze e gli strumenti per affrontarle. Il sondaggio alla base dello studio ha infatti mostrato differenze anche nelle reazioni di altri gruppi di persone: i neri hanno mostrato maggiore stanchezza rispetto ai bianchi, sebbene la differenza sia minore rispetto a quella riscontrata tra persone di diverso genere. Anche la differenza di età è risultato un fattore correlato a tendenze diverse nell’esperienza dell’affaticamento da Zoom, più alto tra i più giovani. Lo studio non fornisce spiegazioni definitive riguardo al maggiore affaticamento da Zoom tra le donne. Un diverso tipo di lavoro svolto dalle donne è tra le ipotesi suggerite per rendere conto della maggiore durata delle videoconferenze e della minore durata delle pause, pur a parità di numero di riunioni riferite sia dalle donne che dagli uomini del campione. I risultati di altre ricerche recenti sull’impatto sproporzionato della pandemia sulle donne, citati nello studio e descritti come altri potenziali fattori da tenere in considerazione, fanno riferimento al diverso carico di responsabilità delle donne relativamente al loro ruolo nell’assistenza all’infanzia, alle maggiori difficoltà economiche e a una diversa conflittualità con l’immagine del proprio corpo. Tra i suggerimenti condivisi anche da altri ricercatori per cercare di ridurre la stanchezza da Zoom c’è quello di ricorrere alle chiamate audio, quando possibile, di disattivare la funzione di auto-visualizzazione e di controllare più spesso come stanno i colleghi e le colleghe di lavoro. Fauville sottolinea tuttavia che «la responsabilità di affrontare l’affaticamento da Zoom non dovrebbe ricadere sugli individui, perché questo potrebbe soltanto intensificare le disuguaglianze». Sarebbe meglio utilizzare i dati delle ricerche per sviluppare nuovi protocolli adottabili dai datori di lavoro per proteggere tutti dall’affaticamento: prevedere almeno un giorno della settimana senza videochiamate, per esempio, o richiedere pause di almeno dieci minuti tra le riunioni. Qualche azione per contrastare questo fenomeno potrebbe essere intrapresa anche dalle stesse aziende proprietarie dei più utilizzati strumenti di videoconferenza. Secondo Jeremy Bailenson, uno degli autori dello studio e direttore del Virtual Human Interaction Lab all’Università di Stanford, la visualizzazione della propria immagine durante una videochiamata dovrebbe scomparire dopo pochi secondi per impostazione predefinita. E un altro accorgimento – utile a contrastare la sensazione di “iper-sguardo” – potrebbe essere quello di limitare la dimensione massima delle finestre destinate alla visualizzazione delle altre persone.

Torna su

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi