Test di verginità sulle vittime di stupro: il Pakistan vieta la pratica

di Alice Corte

Il 4 gennaio l’Alta Corte di Lahore ha vietato i test per verificare la verginità delle vittime di stupro in Pakistan, in quanto considerati «invasivi e una violazione della privacy e del corpo della donna». La decisione è stata accolta con favore dai movimenti femministi e rappresenta una pietra miliare nel diritto del Paese. La giudice Ayesha A. Malik, che fa parte dell’Alta Corte di Lahore dal 2012, nella lettura della sentenza che impone il divieto di questa pratica ha seguito sostanzialmente la dichiarazione che Nazioni Unite, Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerement delle donne e Organizzazione Mondiale della Sanità hanno sviluppato nel 2018. Una dichiarazione in cui si evidenzia come, di fatto, la pratica sia sostanzialmente inutile, umiliante e possa anche provocare danni fisici (fino alle infezioni) alle donne sulle quali è praticata.

Le “due dita” in Pakistan

In Pakistan il test di verginità sulle vittime di stupro non era obbligatorio ma largamente praticato nei tribunali: ora l’Alta Corte chiede di sviluppare nuovi protocolli. Tra le modalità usate per la ricerca della verginità (o violazione) della donna coinvolta nel processo, era frequente il cosiddetto “test delle due dita”, che secondo la dichiarazione delle Nazioni Unite non ha alcun valore probatorio ma può anzi provocare dei danni fisici e psichici nella donna, fino alla reiterazione di una vera e propria violenza sessuale. Secondo quanto riportato da Al Jazeera la violenza contro le donne è molto comune in Pakistan anche nelle sue forme più violente (stupri, assalti, omicidi d’onore). Il sesso prematrimoniale è considerato un crimine (per donne e uomini) e può portare a cinque anni di prigione, anche se la legge è raramente applicata. Nel verdetto la giudice Malik ha ribadito la colpevolizzazione delle persone che denunciano violenza sessuale, spesso descritte come «avvezze al sesso, donne di facili costumi, abituate ai rapporti sessuali», quindi più facilmente esposte a denunciare falsi stupri e molestie. In una ordinanza governativa di dicembre, intanto, sono state inasprite le pene per chi compie violenze sessuali, con la legalizzazione della castrazione chimica. L’ordinanza, che è ora al vaglio del Parlamento per la sua ratificazione in legge, avrebbe anche impedito l’uso dei test di verginità, secondo quanto affermato dalla Ministra dei Diritti Umani Shireen Mazari.

Nel resto del mondo

È ancora lunga nel mondo la strada per abolire la pratica della ricerca della verginità nelle donne, siano esse vittime di stupro o per motivi, per esempio, legati al matrimonio. Secondo le Nazioni Unite, infatti, è ampiamente sottostimata, ma al 2018 sarebbe stata senz’altro presente in almeno 20 paesi del mondo.

I test di verginità sono una pratica di lunga data in diverse regioni del mondo. Tra i paesi in cui è praticata in maniera documentata figurano Afghanistan, Brasile, Egitto, India, Indonesia, Iran, Iraq, Jamaica, Giordania, Libia, Malawi, Marocco, Territori Palestinesi, Sudafrica, Sri Lanka, Swaziland, Turchia, Regno Unito e Irlanda, Zimbabwe. A causa della globalizzazione nell’ultimo secolo, la richiesta e i casi di test di verginità sono emersi anche in paesi in cui non ci sono precedenti testimonianze degli stessi, tra questi Belgio, Canada, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

La dichiarazione delle Nazioni Unite ribadisce come questi esami, atti a certificare i rapporti sessuali delle giovani donne, siano un modo per esercitare il controllo sulle stesse, nonché per perpetuare discriminazioni di genere.

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