Scrivere per cambiare – Gualberta, la donna

Passeggiando per le strade di Bologna, in un afoso venerdì di fine luglio, senza neppure accorgermene, mi ritrovo nei pressi del Cimitero Monumentale della Certosa. Improvvisamente la mia attenzione è attirata da uno strano vociare e intravedo, in lontananza, un capannello di persone proprio all’ingresso della “Terra Santa e Benedetta”. Mi avvicino curiosa e scopro che sta per andare in scena un monologo, dell’attrice Gloria Gulino e allora non posso resistere, mi siedo tra il pubblico.

Gloria, questa sera hai portato in scena il monologo dal titolo “Scrivere per cambiare – Gualberta, la donna” un testo da te scritto, tratto dalla biografia di Gualberta Alaide Beccari, vissuta nella seconda metà dell’ottocento, che diede vita alla coscienza femminista italiana, nota anche a livello europeo. Perché hai scelto lei, come nasce l’idea di darle vita sulla scena?

Ho scoperto il personaggio di Gualberta Alaide Beccari l’anno scorso lavorando ai nostri AudioLook, cioè le passeggiate “in cuffietta” organizzate da “Istantanea Teatro”, proprio qui al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna (la sua tomba si trova in questo cimitero ndr). Il percorso si intitolava “Donne di polso dell’ottocento”: lei era tra queste. Ogni anno si tengono alla Certosa rassegne estive culturali tematiche: tra gli argomenti di quest’anno figuravano i salotti dell’ottocento e così ho deciso di approfondire la storia della Beccari, dando vita al monologo che ho scritto. È per questo motivo che ho intrapreso ricerche sulla sua vita: esistono diversi saggi, in particolare ho trovato molto interessante quello di Marjan Schwegman, Gualberta Alaide Beccari. Emancipazionista e scrittrice, perché approfondisce la conoscenza sulla personalità della Beccari. Ho potuto inoltre sfogliare alcuni numeri dei suoi famosi periodici de “La Donna” e “Mamma”: è stato emozionante.

Gualberta Beccari è un personaggio, purtroppo poco noto ma che ha avuto un ruolo importante nella storia dell’emancipazione femminile italiana ed europea…

Il movimento femminile a quei tempi si stava diffondendo a livello mondiale, anche negli Stati Uniti d’America. La Beccari dà vita a una rivista che non parla di moda, di economia domestica, come quelle tipiche del tempo. Ne “La Donna” lei parla di emancipazione, di uguali diritti tra uomo e donna, di parità salariale, risultando all’avanguardia per il suo tempo, una vera rivoluzionaria: non dimentichiamoci che lei era un’ardente mazziniana”.

La Beccari era testarda e caparbia, lottò contro tutto e tutti e fece del “bene comune”, uno dei suoi fondamenti; aveva un altissimo senso civico, ma non parlava mai d’amore. Si è mai innamorata?

Effettivamente durante la mia ricerca non ho trovato notizie esplicite a riguardo, ma semplici ipotesi, azzardate dalle studiose e derivate da alcuni suoi scritti più allegri e spensierati. La Beccari non ha mai scritto nulla in merito, ma forse ebbe un’infatuazione nei confronti di uno dei medici che la seguì nella sua lunga malattia.

Tornando al testo che hai interpretato, a un certo punto il tuo personaggio recita: “L’emancipazione dall’ignoranza e dal pregiudizio”.

Si, per acquisire consapevolezza. È questo che mi piace della Beccari, il suo insistere sul conoscere, informarsi. Se prima non si acquisisce consapevolezza, anche della propria condizione, non si possono cambiare le cose. Da qui l’importanza del parlare, del confrontarsi. Come avviene con la sua rivista.

Perché dopo circa centocinquanta anni abbiamo fatto pochissimi passi avanti noi donne in Italia?

Io credo che di passi avanti ne siano stati fatti, ma ancora troppi sono da fare, purtroppo. E credo anche che non abbia aiutato l’evoluzione che i media hanno avuto negli ultimi quaranta anni, l’immagine che emerge della donna, l’abbassamento culturale dei programmi televisivi, quando una volta la tv predominava e ancora non c’era internet. Tutti questi fattori hanno contribuito a un arretramento in ogni ambito della nostra vita.

Le pari opportunità tra uomo e donna, l’eterna voglia di rivalsa, per noi donne, di godere di pari diritti degli uomini: c’è ancora molto lavoro da fare anche perché, a volte, si ha l’impressione che siano proprio gli uomini a ostacolare questo processo: è possibile che gli uomini temano noi donne?

Effettivamente credo si tratti di una convinzione, in linea generale, millenaria, quella della predominanza della natura maschile su quella femminile, difficile da scardinare. Dal punto di vista professionale, ad esempio, oggi, credo sia più difficile per la donna percorrere la strada per raggiungere lo stesso posizionamento lavorativo dell’uomo. Penso che dipenda soprattutto da una serie di pregiudizi da abbattere: se ad esempio una bambina non è abituata a vedere una donna ricoprire un ruolo di potere, come potrà ambire al suo raggiungimento?

Tornando al personaggio che hai interpretato nel monologo, la Beccari lottò anche per la parità salariale degli insegnanti dell’epoca, nello specifico tra maestro e maestra. Il problema della disuguaglianza remunerativa, oggi, tra uomo e donna, è ancora troppo spesso presente.

Si, in quel periodo storico le donne iniziano ad avere consapevolezza di questa ingiusta disparità.

“Le donne italiane del diciannovesimo secolo non erano né pecore, ne odalische” (citazione dal monologo ndr.)

Questa è una citazione che compare in una delle lettere delle collaboratrici del giornale della Beccari dal titolo “La Donna”. Si tratta di una delle tantissime frasi commoventi e progressiste.

Come mai a un certo punto c’è un calo delle vendite dei periodici della Beccari?

Innanzitutto a causa della battaglia che la Beccari conduce contro la prostituzione legalizzata nel regno d’Italia di quel tempo, poi la sua malattia peggiora e lei fatica a scrivere. Quindi si incattivisce e si isola, per cui interagisce sempre di meno con le sue collaboratrici, fino a smettere definitivamente.

Un altro elemento che mi ha colpito è che la Beccari ambisce a essere madre, ha un forte senso di maternità che trasmette anche nel modo di rapportarsi alle sue lettrici con fare apprensivo e affettuoso, educativo.

È vero: lei più che sposa desidera essere madre, sia per un discorso ideologico mazziniano, “madre della nazione”, sia per il suo amore nei confronti dei bambini.

Ascoltando il tuo monologo, questa sera ho appreso quanto la Beccari esprima il malessere femminile, rappresentato dal senso di colpa, ma anche il valore dello spirito educativo. Nel tuo monologo c’era anche un pizzico di ironia e credo che trasmettere messaggi importanti, in maniera ludica, possano catturare più facilmente l’attenzione dell’ascoltatore.

Esattamente, questo è lo scopo principale della nostra attività teatrale: trasmettere in maniera coinvolgente. Se così non fosse, non sarebbe teatro. Spesso le nostre attività culturali si svolgono in questo modo e così facendo il pubblico scopre aneddoti curiosi di cui altrimenti non ne verrebbe a conoscenza. In realtà, quando ho scritto questo monologo, la difficoltà maggiore è stata parlare di argomenti che ormai sono triti e ritriti: si rischia di banalizzare e di annoiare il pubblico.

Il senso di colpa, tipico sentimento femminile col quale la Beccari ha sempre lottato.

Quello era il pensiero dell’epoca. Lo stesso Mazzini, di cui lei condivide l’ideologia, incita allo spirito di sacrificio, come accade anche per la religione e la donna più dell’uomo deve sacrificare se stessa.

“La mia è una malattia della colpa, non sarà che è intrinseca nella donna il senso di colpa?” Citazione tratta dal tuo monologo.

Lei ne parla come malattia perché si riferisce a quella trasmessale dal padre, la sifilide e nonostante ciò Gualberta continua a giustificarlo, senza condannarlo. Lei, proprio perchè sopravvissuta, ha la responsabilità di rendere felici i suoi genitori che hanno perso gli altri figli. Non può lasciarsi andare all’amore perché ha cose più importanti da fare. Tutto questo alimenterà in lei un grande senso di responsabilità e un grande senso di colpa che la condurranno a vivere in solitudine gli ultimi anni della sua vita.

Tu sei malata di passione? Gualberta a un certo punto nel suo monologo parla della passione come se fosse una malattia.

Se non lo fossi, penso che non sarei qui a recitare, soprattutto con la crisi che da oltre un anno, a causa della pandemia da COVID-19, ha reso molti di noi, lavoratori dello spettacolo, dei precari. Fatichiamo a ripartire, nonostante adesso si possa andare in scena: la gente sembra abbia perso l’abitudine di andare a teatro.

“Leggere per essere liberi e scrivere per cambiare” citazione dal monologo. Io aggiungo anche… terapeutico.

Sono d’accordo, ti basti pensare che altri due spettacoli che ho scritto parlano del lutto e della malattia dell’alzheimer; quest’ultimo a breve sarà pubblicato a cura delle edizioni Il Filo di Arianna col titolo: “Promemoria – Monologo per persona sola”.

Chi ti ha ispirato a intraprendere il cammino della recitazione, l’amore per il teatro?

Non saprei… Per me è sempre stata passione, desiderio puro. Da piccola organizzavo scenette con gli altri bambini a casa di amici, che a fine serata presentavamo ai nostri genitori. Non riesco a farne a meno, non sono mai stata capace di farne a meno anche se nel corso della mia vita ho trovato molti ostacoli nelle persone e nelle situazioni. In Italia si fatica a vivere di arte rispetto ad altri Paesi nel mondo.

Per interpretare un personaggio, alle spalle c’è un grande lavoro di studio, ma capita anche che si scoprano tratti comuni con la propria personalità. “La mia prima ispirazione è la mia prima aspirazione” recita un brano da te interpretato nel monologo. Quanto c’è di Gualberta in Gloria?

Sinceramente, fatico ad ammetterlo a me stessa, ma Gualberta probabilmente è simile a me molto più di quanto io possa immaginare, soprattutto nei suoi lati oscuri, nel suo essere idealista e testarda.

È più facile portare in scena ciò che scrivi, rispetto ai testi scritti da altri?

Con i miei testi è più semplice, per certi versi, perché scrivo immaginando già come lo metterei in scena. Con un testo scritto da altri è più difficile perché c’è da fare uno sforzo maggiore per farlo proprio. Ma se è scritto bene, e per bene intendo che non sia retorico, ma vero, vivo, allora è tutto più naturale.

Quindi, possiamo affermare che il monologo che hai presentato questa sera, dal titolo “Scrivere per cambiare – Gualberta, la donna”, si arricchisce di un sottotitolo “…liberamente tratto da: la vita di Gloria Gulino”, che rende sicuramente più accattivante e ludica l’interpretazione che ne dai?

Ho portato avanti quegli argomenti che trovavo maggiormente in sintonia con lei e nello stesso tempo con l’intento di non annoiare il pubblico: questo è l’aspetto razionale del teatro che invece vive di emozioni.

I pezzi che scrivi si basano su fatti accaduti attorno a te, oppure hai dato vita anche a scritti di fantasia?

Effettivamente il testo scritto sul lutto non si basa su fatti a me accaduti ma è un testo di fantasia, scritto in maniera romanzata anche se forse, alla lontana, mi sono rifatta a accadimenti che ho vissuto indirettamente.

Quando interpreti un personaggio, cosa intendi trasmettere al tuo pubblico?

Prima di tutto che senta che io sono vera: l’attore, sia comico che drammatico, deve trasmettere al pubblico verità, poi trasmettere emozione.

… e così è trascorsa un’altra emozionante serata, nata in maniera banale, apparentemente sempre uguale ma, basta uscire di casa per imbattersi in persone come Gloria Gulino e Gualberta Alaide Beccari, che magari non cambiano la storia, ma contribuiscono ad amarci, come siamo: donne.

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