SarS-CoV-2. La variante sudafricana del coronavirus preoccupa più delle altre

di Marta Musso

Le protagoniste indiscusse di questa fase della pandemia sono sicuramente le varianti del coronavirus. E a preoccupare maggiormente la comunità scientifica sono le cosiddette inglese, sudafricana e brasiliana, ormai diffuse anche in diverse aree del nostro paese. A monitorarle è l’Istituto superiore di sanità, secondo cui i vaccini finora disponibili risulterebbero essere pienamente efficaci contro la variante inglese, ma meno per quella brasiliana e sudafricana, mentre per quanto riguarda i farmaci in uso e in sperimentazione alcuni anticorpi monoclonali potrebbero perdere efficacia. A far luce sulla questione sono ora gli esperti della Columbia University che, in un nuovo studio pubblicato su Nature, suggeriscono come il coronavirus stia evolvendo in modo tale da sfuggire a terapie e vaccini che mirano alla sua proteina spike, ossia la chiave d’accesso che permette al virus di entrare nelle cellule umane. A preoccupare di più, però, è la variante sudafricana. Ecco il perché. Basandosi su test di laboratorio, in cui sono stati ricreati pseudovirus Sars-Cov-2 con le otto mutazioni trovate nella variante inglese e le nove mutazioni in quella sudafricana, i ricercatori hanno osservato che i vaccini attuali e alcuni anticorpi monoclonali potrebbero essere meno efficaci nel neutralizzare la variante inglese (B.1.1.7), ma soprattutto quella sudafricana (B.1.351). In particolare, dai risultati è emerso che gli anticorpi nei campioni di sangue di persone che aveva ricevuto il vaccino di Moderna o di Pfizer erano meno efficaci nel neutralizzare le due varianti: contro quella inglese la neutralizzazione si è ridotta di circa 2 volte, ma contro quella sudafricana, la neutralizzazione è scesa da ben 6,5 a 8,5 volte. “È improbabile che la perdita di circa due volte dell’attività neutralizzante contro la variante inglese abbia un impatto negativo e lo vediamo nei risultati di Novavax, dove il vaccino è risultato efficace all’85,6%”, commenta l’autore della ricerca David Ho, riferendosi ai primi risultati riportati dalla casa farmaceutica, che appunto dimostrano come Novavax sia risultato efficace al 90% circa nello studio svolto nel Regno Unito, mentre solamente al 49,4% nello studio condotto in sud Africa, dove la prevalenza dei casi è causata dalla variante B.1.351. “Il calo dell’attività neutralizzante contro la variante sudafricana è apprezzabile e ora stiamo vedendo, sulla base dei risultati di Novavax, che questo sta causando una riduzione dell’efficacia protettiva”, aggiunge Ho. Nello studio, inoltre, i ricercatori hanno scoperto che alcuni anticorpi monoclonali utilizzati oggi per trattare i pazienti Covid potrebbero non funzionare contro la variante sudafricana. Dei 18 diversi anticorpi presi in esame, la maggior parte ha avuto un’attività neutralizzate ancora potente contro la variante inglese, mentre in 4 anticorpi la loro attività è stata completamente annullata dalla quella sudafricana. “Le decisioni sull’uso di questi trattamenti dipenderanno fortemente dalla prevalenza locale delle varianti”, commenta l’autore. E ancora: sulla base dei risultati del plasma dei pazienti infettati in precedenza (con il ceppo originale), la variante sudafricana potrebbe avere il potenziale di re-infettare. Dalle nuove analisi, infatti, il siero della maggior parte di questi pazienti ha mostrato un’attività neutralizzante di ben 11 volte inferiore contro la variante sudafricana, e 4 volte inferiore contro quella inglese. “La preoccupazione qui è che la re-infezione potrebbe essere più probabile se ci si confronta con queste varianti, in particolare quella del Sud Africa”, precisa Ho. Sebbene l’indagine non abbia preso in considerazione anche la variante brasiliana (B.1.1.28), i ricercatori precisano che le mutazioni sulla proteina spike sono molto simili a quelle trovate nella sudafricana ed è quindi probabile che si comportino in modo analogo. “Dobbiamo impedire al virus di replicarsi e questo significa accelerare la campagna vaccinale e rispettare le misure di mitigazione come mascherine e il distanziamento fisico”, commenta l’autore. “Fermare la diffusione del virus fermerà lo sviluppo di ulteriori mutazioni”. A confermare questi risultati c’è anche uno studio pubblicato di recente su Nature Medicine e svolto dalla Washington University di St. Louis. Concentrandosi sempre sulle varianti inglese, sudafricana e brasiliana, in questo caso, i ricercatori hanno scoperto che per neutralizzare le ultime due varianti potrebbero essere necessarie quantità fino a 10 volte superiori di anticorpi (probabilmente a causa della mutazione E484K, assente invece in quella inglese). Altrimenti, spiegano gli autori dello studio, i farmaci e i vaccini anti-Covid sviluppati finora potrebbero diventare meno efficaci man mano che le nuove varianti diventeranno dominanti. “C’è una grande variabilità nella quantità di anticorpi che una persona produce in risposta al vaccino o all’infezione naturale”, spiega l’autore Michael S. Diamond. “Alcune persone producono livelli molto alti e probabilmente sono ancora protetti dalle nuove varianti”. Ma altre, specialmente le persone anziane e immuno-compromesse, potrebbero non produrne così tanti. “Se il livello di anticorpi necessari per la protezione aumenta di dieci volte, come indicano i nostri dati, potrebbero non essere sufficienti. La preoccupazione è che le persone che hanno più bisogno di protezione siano quelle che hanno meno probabilità di averla”.

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