Quella disgrazia chiamata libertà

Le regole di distanziamento sono bizzarre nella loro applicazione. Capita, per esempio, di doverle rispettare in aeroporto, dove i luoghi di attesa possono essere occupati solo lasciando vuoto un posto a sedere dopo ognuno occupato, ma non in aereo, dove siedi accanto, diciamo spalla a spalla, con un altro viaggiatore e dove posti vuoti non ne vengono lasciati.
Bizzarro, vero?
Gli esempi potrebbero essere tanti e non val la pena di farne altri. Rimane la considerazione, inscalfibile, che si tratta di una applicazione della norma che trova degli accomodamenti alla bisogna. Talchè non rimane più regola, avendo perso la sua obbligatorietà verso chiunque e in qualsiasi situazione.
E, se non è regola, cosa è? Certo, potrebbe trattarsi di una lecita e prevista deroga, anche se un tanto non è scritto da nessuna parte, deroga che però non avrebbe giustificazione alcuna.
Potrebbe trattarsi della cosiddetta “regola all’italiana”, quella forma di regola che non incute né timore, né rispetto, perché violabile senza turbamento. Ma soprattutto regola senza controllo della sua applicazione, quasi non ce ne fosse bisogno, dando per scontato che, diamine, chi più degli italiani avverte il peso morale del rispetto delle regole come un macigno troppo gravoso da portare sulle spalle e quindi da evitare?
Invece è certo che solo la sanzione riesce a educare questo meraviglioso popolo che fa dell’improvvisazione pressappochistica il suo verbo.
La sanzione, in Italia, indispettisce, addolora, porta confusione (il classico “perché proprio a me”), rende vittime, ma alla fine educa. Ed è proprio questo il motivo, forse, per cui un controllo avviene secondo il caso, l’umore del giorno o l’antipatia che si nutre verso il controllato.
Un antidoto alla mancanza di controllo è portato dall’automazione elettronica, che non fa sconti, è immodificabile (ché se no….), tipo telecamere, rapporti telematici, sistemi computerizzati, e forse è per questo che non trova completa diffusione. Diciamolo: ma vuoi davvero paragonare un mondo super controllato elettronicamente con l’intuitus personae, sulla discrezionalità, cioè sulla potestà umana di interpretare diversamente un caso dall’altro, o sulle umane facoltà mentali, sempre passibili di una dimenticanza o di un effetto collaterale di un dolore ai calli?
Esistono poi, più mondi, in Italia, che convivono più o meno allegramente. In quello della giustizia, per esempio, vivono due mondi: quello dove le regole e i termini sono perentori per i cittadini e quello dove non lo sono per i magistrati. Quindi un termine violato da una parte può comportare una mancanza di tutela effettiva, mentre io ancora aspetto una sentenza della Cassazione da cinque mesi senza che la circostanza faccia arricciare il naso a nessuno. Oppure, se il rinvio lo chiede l’avvocato, deve certificare l’impedimento in maniera dettagliata, tipo non basta dire sono malato, ma occorre che un medico specifichi che non mi posso alzare dal letto, mentre l’assenza di un magistrato e il conseguente rinvio dell’udienza tutta, è una prassi normale che non determina adempimenti specifici.
Non ho l’ardire di affermare che un tale modo di vivere le regole sia ingiusto, e chi sono io per farlo, quindi mi limito a osservarne la sua bizzarria, beninteso accettata da tutti, tranne da qualche strambo visionario, in genere etichettato quantomeno come “strano”.
Ma in fondo è proprio questa caratteristica a distinguerci, questa umoralità imperante, questa capacità di adattamento, questa mancanza di regole precise per tutti. Sembrerà pure facile, ma vivere così finisce per essere un’arte, certo da cabaret, ma sempre un’arte è.
In questa difficile arte, vive anche quella del trasformismo, che si declina in tante maniere: c’è quella fondamentale e cromosomica di parteggiare sempre e solo per il più forte e quella del repentino passaggio dall’idealismo al pragmatismo, che è poi quella che mi affascina di più.
Chi ha frequentato un partito politico la conosce bene. Quando si sta all’opposizione e magari si hanno pochi numeri e consenso, il filo conduttore è rappresentato dalla virtù: che schifo la corruzione, le raccomandazioni, il potere per il potere, evviva la meritocrazia e nanì nanera.
Ma se i numeri aumentano e si acquisisce qualche coppola importante fa subito capolino il peggior pragmatismo: niente più meritocrazia, bisogna sporcarsi le mani, la politica non è per tutti, soprattutto per gli idealisti, con la virtù non si comanda e ti mangiano ecc., secondo il campionario delle scempiaggini più trite. L’approccio virtuoso, anche col simpatizzante, quello che infonde speranza, si trasforma in un atteggiamento sicuro, spocchioso, il contatto col neo coppola-munito viene filtrato da un qualsiasi tirapiedi o portaborse, che dir si voglia, il numero di telefono cambia, insomma è il tempo del potere che non indugia in quegli ideali precedenti (questi rimangono buoni solo per i discorsi elettorali). Una trasformazione stupefacente. Le riunioni si diradano e il partito si svuota. Ma il consenso aumenta, perché l’esercito dei sudditi è sempre florido e, in fondo, è meglio una briciola di una idea.
Credo che nessuno che ha fatto carriera in politica abbia saputo evitare questa trasformazione radicale. In Italia sembra automatica, necessitata, obbligatoria.
Ma non puoi dar loro il nome che meritano, a questi trasformisti, cioè quello di squallidi cialtroni, di eterni parvenu, di perenni controfigure, no, non usa per quel rispetto del potere che è insito nella mente del vero suddito. Questi sa, orpo se sa!, quanto è dura la vita da liberi.

Torna su