Di pathos, soprattutto collettivo, non v’è più traccia. Le grandi passioni che coinvolgono più persone, secondo un “emotivamente corretto”, palesemente, anche se subdolamente, in voga, sono scomparse.  Rimane un pathos di facciata, da social, da emoticon piangente, che si dispensa per la grande tragedia come per la preoccupazione per un nonnulla; oppure rimane quel pathos a pagamento delle trasmissioni televisive, nelle quali di tragico effettivo ce ne è davvero poco.

Una buona dose di tragico viene costruita ad arte e diffusa, più per spaventare che per unire nel dolore.

Ragion per cui rimane davvero poco che unisca, visto che basta così poco per essere solidali, per partecipare, per unirsi alle sciagure di ognuno.

Il pathos si concentra nell’annuncio, per lo più televisivo, o attraverso i social, e tutti sono dispensati. Si dispensa da una effettiva partecipazione emotiva, pare scritto nei sottotitoli.

Evidentemente un popolo appassionato non è utile. Meglio lasciare che manifesti una (finta) passione per le medaglie alle Olimpiadi, per il campionato di calcio e roba del genere, con tacita ammissione anche di comportamenti deplorevoli, ma governabili, anzi strumentalizzabili.

L’assenza di pathos si riverbera sui diritti calpestati, per i quali basta e avanza l’emoticon appropriata, che possono essere calpestati sempre di più, per l’inefficienza burocratica, per la quale basterà un cenno di disapprovazione sui social del tipo “che degrado”, per le vere tragedie, quali l’alienazione giovanile, la droga, la disoccupazione, la malavita organizzata, la corruzione ecc., nei confronti dei quali, stante la loro spiccata propensione al consolidamento degli assetti di potere, giova che rimangano asetticamente privi di pathos collettivo.

Insomma ognuno si guarda la sua personale tragedia senza che si riesca a unire le forze, soluzione che non è auspicabile per un governo targato Draghi cui sono ben note le strategie del potere.

Di conseguenza il pathos personale, cioè la sofferenza di uno, arriva a dare fastidio, e, fin dove è possibile, viene governata attraverso l’arena televisiva, dove vengono ripulite le coscienze nella laconica convinzione che se ne parlano, giustizia è già fatta.

Un pianto sincero e collettivo, una reazione appassionata di tanti, non esistono più perché sradicati dalle coscienze alla base, attraverso una frammentazione dei rapporti sociali che vengono favoriti solo se rivolti alla distruzione, quali nottate brave, alcool e droga a gogò, risse da stadio e bullismi vari, ovvero convegni privi di senso, parole a vuoto, omelie della domenica.

Un popolo senza pathos collettivo non è un popolo, però. Non val la pena neanche farsi chiamare italiani e identificarsi con la patria, se non con una massiccia dose di ipocrisia.

Ecco, ipocriti. Totalmente, capillarmente, indecentemente ipocriti.

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Luciano Petrullo
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Un commento

  1. Forse il vero pathos comporta avere una personalità scolpita dall esperienza diretta, e non da chiacchiere di seconda mano, altrimenti c è l ethos di appartenenza a un gruppo qualsiasi, boriosa presunzione di sapere tutto, a cui segue la noia e il dispiacere x lo spreco di risorse umane.

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